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giovedì 18 luglio 2019

L'incontro con Carlo Maria Giulini


Il mio primo incontro epistolare con Carlo Maria Giulini, quarantacinque anni fa, nel 1974.



Alla Scala, dopo tanti anni di assenza, diresse uno splendido concerto con i Wiener Symphoniker: Beethoven, Sinfonia Pastorale e Mahler, Sinfonia n.1. La recensione dell'allora critico musicale presso il più blasonato quotidiano milanese fu sprezzante nei confronti dell'orchestra e del direttore. Ovviamente, per questioni di mera bottega e becero protezionismo. Già a 19 anni, non avevo paura di dire ciò che pensavo e scrissi una lettera di fuoco, ovviamente non pubblicata, nella quale esprimevo rammarico per il trattamento riservato a ospiti illustri. Per conoscenza la inviai al Maestro Giulini e da allora iniziò un rapporto durato per alcuni anni che mi fece prendere decisioni definitive intorno alla Musica e, soprattutto, intorno al mondo musicale e alla sua "abitabilità". Pubblico qui la lettera, chiaramente scritta da un uomo votato in toto all'arte musicale e di uno stampo d'altri tempi.

Fu uno dei primi direttori che ebbi la fortuna di seguire alle prove ed uno dei pochi dal quale ascoltai pressoché sempre espressioni ed osservazioni di tipo musicale e quasi mai tecnico. Uomo schivo ed emotivo che sul podio si trasformava in un solenne cerimoniere, per poi ritornare alla sua privatissima vita e alle sue esclusive relazioni umane.






martedì 16 luglio 2019

La fortuna della passione


Uno dei più gravi problemi che le società industrializzate ed evolute dovranno affrontare intorno al 2050 non solo sarà quello della disoccupazione, bensì quello della impossibilità di occupazione, ovvero dell'inutilità di impiego di uomini e donne, che a causa della loro formazione non adatta ai tempi non potranno essere di alcuno aiuto alla società nella quale vivono. In parole povere, l'educazione scolastica generalizzata così come la conosciamo, sempre che sia esclusivamente supportata dalla personale ricerca della conoscenza, non servirà a nulla eccetto che alla propria soddisfazione, insufficiente comunque al mantenimento materiale per una vita dignitosa.
Le previsioni si basano ovviamente sull'esponenziale progresso tecnologico che via via causerà la sostituzione dell'opera umana materiale con quella robotizzata e quella frutto del pensiero analogico con quello digitale. Il grande matematico e filosofo Bertrand Russell, nel suo libro “Elogio dell’ozio” del 1935, si esprimeva dicendo che "la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, mentre la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro". In tempi più recenti, Bruno Bertinotti, politico e sindacalista, aveva adottato lo slogan "Lavorare meno, lavorare tutti" che dietro la facile presa populista aveva nel suo più intimo significato un valore ed una prospettiva allora non ancora compresa, ma che oggi appare realtà.


Dunque, lavorare meno: Direi che come prospettiva per una diminuzione dell'alienazione personale sia un'ottima idea. Lavorare tutti: benissimo, ma significa adattarsi anche ai lavori più umili, ponendo le basi per un ritorno ad un egualitarismo di base che riguarderebbe tutte le classi sociali, sempre che per quel tempo siano destinate ancora ad esistere. Ma cosa fare nel tempo libero? Ecco che il concetto di formazione di base torna prepotente alla ribalta. Una scuola con un pensiero educativo uniformato e che livella tutti, senza alcun criterio di valorizzazione in base alle personali caratteristiche, quanto può servire all'individuo? Soprattutto, un'educazione che punta esclusivamente all'erudizione trascurando la sapienza, quanto può tornare utile? Conoscenza e sapienza possono essere scambiati per sinonimi, ma hanno un significato intrinseco differente. La prima ha un indubbio valore pratico, ma la seconda definisce un mondo interiore, senza il quale la mera conoscenza non serve, se non a porre le basi per l'adattamento ad una silenziosa e moderna schiavitù.


E qui subentra l'urgente bisogno, direi un dovere, di ritagliarsi quel mondo ideale fatto di passioni, attitudini e desideri che ci dovrebbe accompagnare per tutta la vita, soprattutto durante quella parte del tempo non dedicato al lavoro d'impiego, sia esso manuale, industrializzato o pseudo-intellettuale che per la stragrande maggioranza degli individui si rivela comunque alienante. Le passioni, gli ideali, la dedizione a ciò che più si ama e che più ci ispira dovrebbero essere ingranaggi del motore della nostra esistenza. Purtroppo, e qui la scuola ha una grande colpa, queste attitudini umane non sono sufficientemente inculcate, se non addirittura totalmente neglette. Troppo sforzo per chi è preposto alla crescita dell'individuo e costi esorbitanti per la cosa pubblica. Meglio lasciare tutto così com'è, abbandonando ognuno al proprio triste destino. Impegno significa fatica, sviluppo del pensiero significa autonomia, consapevolezza significa capacità di combattere lo "status quo" e la sua negligenza.
Chiunque abbia avuto la fortuna di potersi dedicare alla propria passione, senza dover necessariamente rinunciare a ciò che più ama è, come chi scrive e i suoi simili in campo artistico, da considerarsi molto fortunato, indipendentemente dalla situazione sociale personale di partenza. Le future generazioni non saranno in grado di dedicarsi in toto a ciò che quelle appena passate e quelle attuali sono ancora in grado di fare. Per questo motivo, chi è depositario di un certo tipo di conoscenza, ha il dovere morale di diffonderla e inculcare nelle generazioni più giovani la medesima passione che ha animato ed anima tuttora la propria esistenza.


domenica 7 luglio 2019

Raccomandazione per i giovani artisti


Se per la smania di arrivare non riuscite a riconoscere le persone giuste alle quali unirvi, artisticamente e umanamente, ricordatevi che certi errori poi si pagano.

Si pagano perché il ricordo di voi sarà inevitabilmente legato a quelle figure che in questo momento ritenete "opportune", ma delle quali non conoscete nulla, eccetto ciò che superficialmente vi appare e che ve le rende gradite o utili.

Se pensate che l'azione "piglia tutto", si tratti di un concerto dodecafonico di balalaike o di un Rigoletto raffazzonato in due prove con una compagine di ubriachi, faccia curriculum vi sbagliate. Incrementa soltanto la vostra nevrosi e vi sottrae quella serenità indispensabile alla vostra crescita.

Ricordate che ogni stretta di mano è un contratto, per cui fate attenzione a chi la tendete, ma soprattutto a chi ve la offre. Le lusinghe che si celano dietro un sorriso, di sovente si rivelano fregature.


Non pensate di essere sempre osservati, di essere perennemente sotto i riflettori, perché il vostro prossimo (spesso più adulto) ha da occuparsi di ben altro. Di voi, al massimo nota se avete le scarpe slacciate.

Intrecciate relazioni con le persone normali, quelle che con una barzelletta vi rasserenano lo spirito per una giornata da dimenticare. Lasciate perdere chi vi parla soltanto di musica e di musicisti, perché poi va a finire che parla solo di sé stesso.

Godetevi le piccole conquiste quotidiane grazie alla vostra passione e abbandonate l'idea dei grandi progetti. Le più grandi opportunità arriveranno per caso.

Non mirate al successo da jet set, perché se non siete tagliati per quello, vi ritrovereste come un pesce fuor d'acqua e soffochereste subito.

Chiedetevi ogni mattina quanto avete contribuito al mondo e quanto il mondo vi ha fino a quel momento dato. Vedrete che il piatto della bilancia penderà sempre e soltanto da una parte.


venerdì 24 maggio 2019

Intervista a cura di Gian Francesco Amoroso



Una piacevole conversazione sulla Direzione d'Orchestra, la Musica e l'attuale mondo musicale.
A cura di Gian Francesco Amoroso.

Registrata a Milano, Giovedì 14 marzo 2019







mercoledì 27 febbraio 2019

Le prove alla Scala


Fu verso la fine degli anni '70 che a quel tempo noi studenti di Direzione d'Orchestra avemmo la fortuna di assistere alle prove dell'orchestra del Teatro alla Scala.
Personalmente fui molto fortunato, perché grazie al Maestro Romano Gandolfi, che da tempo mi aveva invitato a seguire le prove del coro, ebbi più di un' occasione per intrufolarmi in sala e seguire il lavoro di molti direttori. Fra i primi, ricordo Gianandrea Gavazzeni alle prese con un Boris Godunov in lingua italiana e Wolfgang Sawallisch, intento a risolvere e digerire i drammi registici di Luca Ronconi, in un Oro del Reno memorabile.



Bei tempi, entravo e uscivo dal portone principale senza gli odierni controlli da KGB e gli uscieri (ai quali ero stato presentato prima da Romano Gandolfi e poi da Carlo Maria Giulini) ormai mi conoscevano e come lasciapassare mi bastava dire che andavo a seguire le prove dell'orchestra. In circa quattro anni ebbi la fortuna di vedere all'opera tutti i più grandi direttori dell'epoca, tanto per fare qualche nome oltre ai sopracitati: Bohm, Bernstein, Horenstein, Mehta, Maazel, Haitink, Abbado, Prêtre, Schippers, Ozawa, Kleiber, Weller, Barenboim, Bellugi, Roždestvenskij...  Nessuno di loro ebbe mai da ridire per la presenza mia e dei miei compagni di studi. Ovviamente per noi furono periodi davvero felici e fortunati per la nostra crescita musicale. Poi, improvvisamente tutto cambiò. Sembra che le Brigate Rosse avessero tentato di bruciare il teatro, per cui da quel momento esso divenne "off limits". Ma a parte ciò, la cosa che oggi appare davvero assurda, è la pressoché totale impossibilità dei giovani studenti a poter seguire le prove dei direttori, eccezion fatta in alcuni rari casi, per grazia di personaggi illuminati e generosi. Inoltre, (strano ma vero) sembra che alcuni non desiderino la presenza dei giovani aspiranti, considerandoli spietati giudici del loro operato... Eh sì, i tempi sono davvero cambiati, ricordo quando incrociai Mehta in un corridoio del teatro. Vedendomi con le partiture sotto il braccio sorridendo esclamò: "Ah, un giovane collega!" e proseguì verso il camerino. Altri tempi, altra umanità.

mercoledì 21 novembre 2018

Conservatorio addio, senza rimpianti




Come mia moglie Elisabetta Brusa, anch'io ho rassegnato le dimissioni dal conservatorio, dopo quasi 39 anni di attività. Attenderò pazientemente la pensione che, se sarò ancora vivo e se certi politici improvvisati non avranno mandato a rotoli le casse dello stato, arriverà fra quasi cinque anni.

La nostra decisione di abbandonare l'insegnamento fu presa nel giro di cinque minuti, mentre poco più di un anno fa eravamo in vacanza ad Hammamet. Entrambi, insofferenti di una situazione ormai paradossale, al limite del ridicolo e che urla vendetta, fummo educati in tempi in cui l'insegnamento della Musica non era ancora schiavizzato da una ridicola, assurda e blasfema riforma, ideata esclusivamente per decretare la fine definitiva dei conservatori. Ideata da non si sa chi, forse nella speranza di poter ottenere stipendi universitari, anziché da scuola superiore o giù di lì. Lo sanno tutti e tutti per anni ed anni hanno fatto finta di nulla. Le poche voci alzatesi contro questa riforma, che a detta di alcuni avrebbe dovuto allinearci al resto delle altre nazioni europee, ma che non ha fatto altro che procrastinare l'uscita dagli studi dei giovani musicisti, sono rimaste inascoltate. Il vecchio conservatorio era soltanto da svecchiare, non da svendere al gigantesco mercato degli ammortizzatori sociali. Era una scuola esclusiva, aristocratica nel senso più elevato del termine, riservata a chi aveva talento e a chi, seppur con talento inferiore, amava la Musica in modo esclusivo, appassionato. Poi è arrivata questa funesta riforma, che ha trasformato irreparabilmente istituzioni di alto livello in un ennesimo corso di studi pseudo-universitario, con numerose materie pressoché inutili, ma utilissime al mantenimento del posto di lavoro di docenti con classi semivuote e che altrimenti avrebbero rischiato la chiusura. Tutti lo sanno. Nel giro di 20 anni i conservatori si sono trasformati in centri di accoglienza per eterni studenti che a 30 anni suonati vagano ancora nei corridoi degli istituti, passando da un corso monografico su Mahler, magari non conoscendo nemmeno le sinfonie di Mozart, ad uno monografico di filosofia su Nietzsche, magari senza aver mai letto due righe di Aristotele o Platone. Un coacervo di corsi e corsetti con allievi ormai quarantenni e oltre, spesso brevissimi e deboli, inutili ad una vera formazione dell'individuo-artista. Un titolo vago denominato "Laurea in discipline musicali", dove quello in Tromba Jazz o Flauto Barocco ha il medesimo valore di uno in Composizione o Direzione d'Orchestra. Senza parlare delle numerose scuole aggiuntesi nel tempo, come quelle di Jazz ed ultimamente Pop-Rock eccetera, anch'esse cibo per il famelico ammortizzatore sociale che tiene tutti buoni, studenti e docenti, regalando limbo, poco denaro ed una certa sicurezza.
Insomma, un vero e proprio livellamento verso il basso. Laureati ma appiattiti. Aggiungiamo poi il tranello vergognoso ed avvilente dei corsi per l'abilitazione all'insegnamento, dove giovani padri di famiglia si adattano ad un'umiliazione senza precedenti. Almeno fosse gratuita... Invece no, anch'essi trappolone ideato per rinvigorire la massa di docenti e studenti, altrimenti senza lavoro e senza scopo. Si potrebbe andare avanti all'infinito...
Recentemente ho partecipato all'ultimo collegio dei docenti e mi è stato chiesto di dire qualche parola di commiato. Salutando tutti, ho preferito tacere, perché altrimenti avrei depresso oltremodo i colleghi. Naturalmente, come avvenuto regolarmente dal 1979, anno del mio ingresso del tutto casuale in conservatorio come docente, anche ieri non ho MAI sentito parlare di Musica, ma soltanto di burocrazia, comunicazioni ministeriali, organizzazione dei corsi ed un elenco insopportabile di comunicazioni totalmente avulse dall'arte musicale. Tutta roba che un musicista dovrebbe delegare in toto a esperti in gestioni amministrative e della quale non dovrebbe nemmeno sentir parlare. Un docente dovrebbe entrare in conservatorio e mettersi a far Musica, senza intoppo alcuno, senza le trappole di un sistema che impedisce di fatto la realizzazione delle basilari attività. E ogni istituto ha inevitabilmente le sue pecche. Ma direi che la pecca più grande, quella che ha davvero umiliato i conservatori, è la nomina del Direttore da parte del corpo docente, spessissimo un DO UT DES di basso profilo, risolto in scambi, accordi più o meno personali e che ne impediscono il vero potere gestionale-musicale dell'istituzione. Un consiglio accademico pure esso nominato dai docenti e spesso ingovernabile al suo interno, con faide intestine dove tutti sono contro tutti. Il buon senso avrebbe consigliato di ideare una struttura verticistica, dove un Direttore eletto per chiara fama, rendendo regolarmente conto al Ministero, si sarebbe dovuto impegnare circondandosi di una équipe valida e compatta, ben assortita e coesa, dove ogni componente sarebbe stato responsabile del proprio lavoro e ne avrebbe reso conto, pagando personalmente errori o inefficienze. Invece... Già, ma nell'apparato statale tutto ciò è fantascienza.
Ne racconto solo una: ad un collega fu affidata la preparazione dell'opuscolo e delle locandine per l'attività del conservatorio. Sicuramente in buona fede, con solerzia e seguendo i suo istinto, approntò il tutto. Un giorno, entrando in conservatorio, mi venne un colpo. Avete presente quegli opuscoli che si trovano negli autogrill e che all'interno hanno la coloratissima pubblicità delle carrozzerie, delle pizzerie, dei lavasecco, dei cinema e delle autorimesse? Ecco, l'opuscolo era così. Fui forse l'unico a protestare col direttore per quel lavoro terribilmente inadatto ad un'istituzione come il conservatorio. Il solito deprecato buon senso, avrebbe suggerito al direttore di rispedire il tutto al mittente e chiedere un nuovo opuscolo. Nulla. Il tutto pagato col fondo d'istituto. È soltanto un piccolo esempio, ma potrei continuare all'infinito. Una volta, al rientro dalle ferie, entro e mi ritrovo l'interno del conservatorio dipinto in rosa shocking. Rosa, avete capito bene! Come il sottomarino Sea Tiger nello spassosissimo film "Operazione Sottoveste". Ma chi era a governare un simile scempio? Altra chicca: ristrutturazione di un palco per ospitare coro e orchestra. Ideato senza scivoli per lo scorrimento dei pianoforti, sicché ogni volta è necessario l'intervento di una ditta di trasportatori, con inevitabile costo aggiuntivo per l'istituto. Il risultato è che i pianoforti gran coda sono fissi sul palco e l'orchestra suona sul pavimento.
E così via, e così via... La solita storia, chi controlla? E chi controlla i controllori? Potrei accennare ai direttori psicopatici ammalati di potere che ho incontrato durante il mio peregrinare in vari conservatori. In uno, a capo dell'istituto c'era un sedicente direttore d'orchestra con la fissa di dover per forza dirigere qualcosa a fine anno. In mesi di lavoro con l'orchestra dei giovani studenti costruivo un piccolo gioiello, arrivava lui e distruggeva tutto. In un altro, un valente musicista fuori di testa arrivava al mattino urlando come un pazzo spaventando tutta la segreteria. Nessuno aveva il coraggio di avvicinarlo per tutta la giornata. Nel frattempo lui era uscito dalla porta secondaria per andare a esibirsi in un concerto o forse per impartire lezioni private. Poi ci sono i direttori con la fissa delle riunioni. Per almeno due anni ho partecipato a riunioni per la programmazione di concerti per gli allievi delle classi di composizione. Dopo due anni non si era ancora fatto nulla e gli allievi e gli insegnanti sono ancora lì che aspettano.
In quasi quattro decenni ho avuto colleghi meravigliosi, alcuni di loro persone e musicisti davvero straordinari. Con alcuni ho anche collaborato felicemente nella realizzazione di concerti e ad alcuni devo moltissimo per l'abnegazione con la quale si sono sempre prodigati, dimostrando grande amore verso la Musica e verso i giovani musicisti. Anche loro, purtroppo, sofferenti all'interno di strutture male organizzate, dove è impossibile alcuna seria programmazione. Un'istituzione come il conservatorio dovrebbe essere in grado di programmare tre, quattro o cinque anni in anticipo l'attività e invece è prigioniera di un bilancio annuale, strettissimo e immobile. Dovrebbe essere in grado di gestire autonomamente i fondi senza per forza sottostare a ridicole procedure e gare d'appalto mirate al ribasso. Oppure misteriose: mobili vecchi accatastati da anni e impossibili da eliminare, perché per farlo ci sono normative di tipo sovietico. Vetri rotti o lampade fuori uso in attesa di una gara d'appalto prima di essere sostituite.
Il vecchio e tanto criticato conservatorio aveva soltanto bisogno di rinnovare il repertorio, aggiungere un corso serio di Storia della Musica ed uno di Composizione comune a tutte le scuole, aggiungere corsi obbligatori per tutti di lingue musicali (Francese, Tedesco, Inglese e Latino) ed uno di Filosofia della Musica. Ora, invece, abbiamo i corsi di Metodologia dell'Analisi Comparativa, Psicoacustica funzionale e così via... ci manca Taglio e Cucito, nonché Cucina Afro-Brasiliana e siamo a posto.
Profetico fu lo scritto del 1914 di Giovanni Papini "Chiudiamo le Scuole". Da allora poco è cambiato. Vale la pena di rileggere queste righe: "(La scuola) Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico. Insegna (pretende d'insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura nelle accademie; il gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la musica nei conservatori. Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d'ingegno..."