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sabato 1 agosto 2020

Il coraggio delle scelte

 

Ci sono parole che alle nostre orecchie suonano ormai desuete, quasi dei ricordi legati ai racconti di Cuore, il grande libro di De Amicis che generazioni di giovani hanno letto e riletto, senza tema di apparire nostalgici verso un passato comune, una volta soltanto legato ai buoni sentimenti di italiana appartenenza, e ora inevitabilmente globale.

Uno degli insegnamenti ricavati da certe letture è legato al loro contenuto inviolabile, alto di significati intorno alla nostra esistenza e moralmente inoppugnabili. Coraggio è una parola connessa a situazioni che il nostro mondo rilassato ha messo da parte, preferendogli termini legati ad altre quali l'arditezza, la temerarietà, la spavalderia, la prepotenza o l'aggressività; tutte caratteristiche che rivelano la caducità dell'uomo, incapace di affrontare situazioni critiche in modo decisamente positivo e proiettando la propria immagine oltre il breve confine temporale del successo. La ricerca spasmodica di esso è di sovente il risultato dell'educazione ricevuta in famiglia e a scuola. I genitori sono i primi artefici dell'educazione estetica dei figli, ovvero della creazione di quel particolare mondo fatto di aspirazioni personali e non soltanto di desideri. Difficilmente un figlio sarà poi così diverso da uno o entrambi i genitori, perché certe caratteristiche sono trasmesse attraverso i normali comportamenti quotidiani e non si imparano certamente sui manuali.



In decenni di insegnamento e attività musicale, stando a diretto contatto con centinaia di giovani, prima miei fratelli minori e poi figli e nipoti, ho sperimentato la felicità e la delusione della crescita o dell'esaurimento del potenziale di tantissimi musicisti di talento. Se a volte ciò era imputabile ad una fragilità personale o ad una mollezza dell'individuo, altre volte era il risultato dello sconsiderato intervento dei genitori, ambiziosi oltremodo e smaniosi di un rapido riconoscimento sociale, non tanto per i figli ma per sé stessi. Questo comportamento devastante, risultato di una debolezza umana molto comune fra gli individui, spesso eruditi ma non colti, ha fatto sì che quella caratteristica primaria, ovvero il Coraggio di affrontare situazioni scomode ma indispensabile per la propria evoluzione, venisse a mancare per mancanza di quella linfa vitale necessaria alla propria crescita. Per individui nati nel benessere, sia esso un risultato generazionale o familiare che li priva di una certa preparazione al disagio, alla sofferenza o educazione alla morigeratezza, la mancanza del Coraggio, ovvero di quella forza d'animo connaturata, spesso confortata dall'esempio altrui e che permette di affrontare e dominare situazioni difficili uscendone indenni, è da sempre determinante per la vita futura. Senza esso tutto diventa più difficile, pesante e a volte insopportabile.




Le scelte saranno sempre demandate ad interposte persone, abilissime nel far credere a te stesso e agli altri di possedere grandi qualità, il cui valore è già svilito a causa della mancanza di volontà d'intenzione, cosa ben differente dalla determinatezza nell'affrontare le situazioni. In battaglia si può avere la forza di uccidere il nemico, ma non essere in grado di vincere la guerra. Ci si può rifugiare in un bunker e attendere la notte, ma col sorger del sole tutto prenderà forma e definizione.

lunedì 27 luglio 2020

ROBERT SCHUMANN, al tempo della Seconda Sinfonia


Gli anni 1845 e 1846 furono difficili per Schumann. Nel 1844 era andato in tournée in Russia con sua moglie Clara, una delle più grandi pianiste dell'epoca, ed era frustrato e umiliato dal fatto di essere riconosciuto soltanto come il marito di un artista in primo piano e non in quanto distinto compositore e critico. Il ritorno della coppia a Lipsia trovò Robert nervoso, depresso e affetto da occasionali vuoti di memoria. Poco tempo dopo ebbe un completo esaurimento e il suo medico consigliò agli Schumann di tornare all'atmosfera più tranquilla di Dresda, dove Robert aveva precedentemente conosciuto momenti felici. Si trasferirono nell'ottobre 1844 e Schumann si riprese abbastanza da abbozzare completamente la Seconda Sinfonia nel dicembre dell'anno successivo. Iniziò l'orchestrazione a febbraio, ma molte volte gli fu impossibile lavorare, non riuscendo a finire la partitura fino a ottobre.



Clara notò che suo marito, notte dopo notte, non riusciva a dormire, piangendo costantemente fino al mattino. Il suo medico descrisse ulteriori sintomi: “Non appena si occupa di questioni intellettuali, è preso da attacchi di tremore, affaticamento, freddezza dei piedi e uno stato di angoscia mentale che culmina in uno strano terrore di morte, che si manifesta nella paura ispirata in lui dalle altezze, dalle stanze di un piano superiore, da tutti gli oggetti di metallo, persino dalle chiavi e dalle medicine, e la paura di essere avvelenato." Schumann si lamentava del continuo ronzio e ruggito nelle sue orecchie, e talvolta per lui era persino doloroso ascoltare la musica. Era diventato frenetico per paura di perdere la testa. I suoi sintomi fisici, ne era convinto, erano il risultato diretto delle sue afflizioni mentali. Invece si era sbagliato.

 

Recenti studi hanno fatto emergere novità intorno alla malattia di Schumann, con scoperte convincenti e rivelatrici. In quei tempi pre-antibiotici, un trattamento comune per la sifilide era una piccola dose di mercurio liquido. Il mercurio alleviava i segni esterni della malattia, ma a costo di avvelenare il paziente, o meglio, la vittima. Schumann, molti anni prima del suo devoto matrimonio con Clara, ebbe sia l'infezione che il trattamento terapeutico. I problemi di cui si lamentava - ronzii alle orecchie, estremità fredde, depressione, insonnia, danni ai nervi - erano il risultato dell'avvelenamento da mercurio. Per quanto sensibile fosse, Schumann prima lo immaginò e poi fu veramente afflitto dagli altri sintomi, fino a quando non si ammalò gravemente nella mente e nel corpo. In verità ebbe a che fare con un insidioso problema fisico che aggravava i suoi problemi psicologici piuttosto che viceversa, come lui credeva.

 


Vista su questo sfondo di patetica sofferenza, la Seconda Sinfonia di Schumann emerge come un miracolo dello spirito umano nelle circostanze più difficili, ben definito con le stesse parole dell'autore: “Ero fisicamente in forma quando ho iniziato il lavoro e temevo che il mio stato di semi-invalido potesse essere rilevato nella musica. Tuttavia, ho iniziato a sentirmi più me stesso quando ho finito l'intero lavoro." Intorno alle basi filosofiche della Sinfonia, senza dubbio legate allo stato emotivo di Schumann, si può dire che il dramma emotivo conduce dalla feroce lotta con forze sinistre energicamente espresse nel primo movimento, all'esultante vittoria del finale; con fasi intermedie di irrequietezza febbrile dello Scherzo a quelle di profonda malinconia dell'Adagio. Questa progressione dalle tenebre alla luce come processo musicale non è nuova, infatti ebbe i suoi nobili precedenti nella Quinta e nella Nona sinfonia di Beethoven, il musicista che Schumann riveriva sopra tutti. Probabilmente Schumann considerava la costruzione della sua seconda sinfonia come uno specchio per il suo definitivo ritorno alla salute durante la sua composizione. Rimane a noi come una delle più alte vette musicali e metafisiche del romanticismo musicale. Una composizione apparentemente chiara ma totalmente enigmatica, nascosta dietro la scrittura di quattro movimenti nella stessa tonalità, in Do maggiore-minore ed una lunghezza di scrittura davvero notevole.

mercoledì 8 aprile 2020

I Berliner Philharmoniker e gli altri, dopo la pandemia.


Da quando il sito web dei Berliner è stato aperto al pubblico gratuitamente, causa pandemia da coronavirus, ho iniziato a ricevere domande da parte di molti miei allievi che, alle prese col tempo da riempire più del solito, si sono dati da fare per scoprire nuove musiche e nuovi interpreti. Diciamo pure che questi "arresti domiciliari" per molti giovani musicisti in fase formativa sono stati un toccasana, perché si sono ritrovati a seguire i suggerimenti di ascolto e lettura che da sempre do a loro.

Chi studia o ha studiato con me sa quanto ritenga importante la conoscenza di un passato dello stile interpretativo, quello della direzione d'orchestra, molto giovane rispetto ad altri come per esempio quello vocale, violinistico o pianistico. Un periodo tutto sommato breve che in altrettanto breve tempo ha subito trasformazioni del tutto particolari rispetto a tutte le altre arti musicali, per il semplice motivo che lo strumento orchestra, non essendo soltanto "fisico" ma anche "metafisico" necessita di un altro esecutore, il direttore, che abbia entrambe le caratteristiche. Un esecutore speciale che riesca ad "accordare" lo strumento secondo un modo "non temperato" che richiede una serie di abilità tecniche, conoscenze di varia natura e umanità, in definitiva ciò che lo definisce persona e musicista. Questa caratteristica, che a molti potrebbe apparire scontata, è alla base di quel rapporto esclusivo che da sempre ha permesso di plasmare il suono delle orchestre da parte di direttori che avevano il tempo e le motivazioni per farlo, non sempre con a disposizione strumentisti di chissà quale levatura tecnica ma in grado di entrare in empatia, anche se non sempre in simpatia, con chi avevano di fronte. I risultati però li conosciamo e oggi, per fortuna, li abbiamo a disposizione in quel gigantesco serbatoio di registrazioni audio e video disponibile online e su cd.

Un musicista che sin dal suo primo periodo formativo sia stato abituato ad ascoltare, oltre che a guardare, si è certamente affinato le orecchie ed ha avuto la possibilità di crearsi un gusto musicale personale rimasto inevitabilmente prigioniero entro i confini della propria sensibilità, educazione ed estetica, caratteristiche sempre in evoluzione, ma che sono anche nel DNA personale, che include o preclude certe caratteristiche: dalla percezione dei colori, dei suoni, degli odori e dei sapori, fino alla sensibilità tattile. Ognuno di noi ha sensibilità differenti e modalità differenti e grazie alle occasioni con le quali si confronterà nella vita, riuscirà ad affinarle o deteriorarle.


Molti dei miei allievi ed ex allievi, decisamente musicali e consapevoli, oggi mi chiedono il perché della trasformazione così evidente del suono delle orchestre. Provenendo da percorsi di differenti studi strumentali, evidentemente non si riferiscono al componente tecnico del quale sono più che consapevoli, ma a quell'unione particolare fra interpretazione ed esecuzione che va oltre la perfezione tecnica e che stranamente riesce a superare i confini del tempo, arrivando come sorta di illuminazione. Ciò che più affascina, è constatare che quelle che io definisco in modo forse improprio "generazioni digitali" ma che quando se ne parla stranamente le trova tutte d'accordo, siano così permeabili a certi modi "antichi" dai quali restano affascinate. Molti di loro, per questione generazionale o altro, non hanno avuto la possibilità né la fortuna di frequentare con assiduità le grandi orchestre del passato e i loro grandi direttori. Ascoltare l'evoluzione (o involuzione, dipende dai punti di vista) di un'orchestra come quella dei Berliner, dagli anni '70 ad oggi, ha risvegliato in loro, per di più in breve tempo, il desiderio di comprendere a fondo una simile trasformazione.

Per decenni molte orchestre furono la proiezione del pensiero del loro direttore. Il più longevo e perennemente stabile fu Ernest Ansermet, che rimase a capo dell'Orchestra della Suisse Romande per ben 51 anni, dalla sua fondazione nel 1918 sino alla sua morte, nel 1969. Praticamente, sotto di lui vissero e morirono almeno due generazioni di musicisti, guerra mondiale a parte. Quel suono particolare, un misto di grazia e forza, di oggettività e di personale, di determinatezza e di fantasia rimane nelle orecchie di chi, come i musicisti e gli appassionati della mia generazione, ebbe modo di ascoltarlo nelle registrazioni miracolose della Decca, dalle prime analogiche e compatte fino alle ultime della gloriosa era stereofonica pre-digitale. Ovviamente, quell'orchestra mantenne ancora per molto tempo quel particolare modo di suonare, anche dopo la morte di Ansermet, passando sotto magiche bacchette come quelle di Paul Kletzki o di Wolfgang Sawallisch. Erano tempi in cui la figura del direttore era spesso simbiotica con la propria orchestra. Una dipendenza reciproca che, al suo cessare, causava un'inevitabile e repentina trasformazione dell'orchestra. Una trasformazione musicale e umana. Fu così per Berlino dopo l'era Furtwängler e pure dopo l'era Karajan, poi molte cose sono cambiate. Insieme al muro di Berlino sono crollate le ideologie e le consuetudini ad esse legate, sono scomparsi modelli e ne sono subentrati altri, sono scomparsi i miti e al loro posto sono subentrate figure miti.


La domanda che mi sono sentito porre dopo alcuni ascolti sul canale digitale della BPhO, o meglio lo stupore espresso dai miei allievi su come l'orchestra dei Berliner sia potuta cambiare così tanto, riguarda la qualità del suono, la sua definizione, la potente dolcezza di un tempo e la perenne aggressività attuale, sia che suonino Beethoven o Shostakovich. Alcuni si chiedono come un già anziano direttore come Kurt Sanderling avesse potuto ottenere un suono completamente differente da quello di Karajan nell'interpretazione della Quarta Sinfonia di Tchaikovsky e di come, nelle esecuzioni più recenti, l'orchestra si sia invece stabilizzata su una sorta di suono di routine, sia che diriga un direttore di un certo calibro, oppure uno normalissimo. La risposta che do, ma che vale anche per altre orchestre, è che l'eccellenza tecnica degli esecutori ed il loro virtuosismo, decisamente maggiore di un tempo, abbia totalmente adombrato altre caratteristiche primarie e necessarie all'interpretazione, come l'espressività, il fraseggio, un pensiero largo e non incasellato secondo schemi che vanno dalle pratiche filologiche all'oggettività estesa ad ambiti che non la richiedono, o viceversa.

Ma ora, dopo questa emergenza pandemica che sta cambiando il mondo (speriamo in meglio) cosa rimarrà dei musicisti, delle orchestre e del loro modo di suonare dopo mesi o anni di inattività? Orchestre come i Berliner Philharmoniker o come la London Symphony, meccanismi autolubrificanti perfetti come un orologio, abituati a suonare sempre e senza pause, come si ritroveranno? Non credo che 30, 50 o 100 musicisti abituati all'assieme, musicale e umano, possano mantenersi identici e riprendere tutto da capo, come se nulla fosse accaduto. A parte la triste prassi del "distanziamento sociale" non applicabile a certi ambiti, come potrà un musicista sedersi accanto ad un collega che magari non sarà più tale perché sostituito? Molte orchestre, molti cori, molti corpi di ballo, gruppi teatrali dopo questa vicenda forse non esisteranno più e i sopravvissuti non saranno certamente in grado di prodursi come prima. Come sarà una fila di primi violini che non suona assieme da mesi? Avrà la stessa energia, il medesimo desiderio di esprimersi come un tempo, breve ma che apparirà lunghissimo e forse interminabile? E come respirerà il gruppo, oppresso da una dispnea di ritorno, forse peggiore di quella causata dal coronavirus? È certo che molti modelli interpretativi cambieranno, per il semplice motivo che le priorità di chi li manifesta non saranno più quelle di prima. Sarebbe assurdo e dannoso riproporre ancora ciò che sino a poco prima si è consumato, spesso in una malata ripetitività indispensabile al business, ma che ora, volente o nolente, dovrà per forza scomparire. Se molte orchestre finora si erano abituate a direttori girovaghi, che con mezza prova preparavano la Seconda di Mahler ("il resto non lo proviamo perché tanto l'abbiamo già suonata mille volte"- frase riferitami da uno splendido musicista che conosco e chiamato in una importante orchestra) ora si dovranno riconfigurare. Gli spostamenti costeranno il triplo o il quadruplo, i cachet permetteranno di andare in un B&B e non all'Hilton, tutto sarà più caro e il lavoro dovrà incanalarsi necessariamente in modalità meno alienanti. Forse avremo finalmente musicisti che, quelle poche volte che viaggeranno, lo faranno con un libro in valigia anziché con gli ansiolitici.
Naturalmente tutto ciò sarà da verificare e comunque riguarda tutti i musicisti, quelli in formazione e quelli in attività, dal piccolo gruppo strumentale alla grande orchestra. Le strade ora non sono molte, perché alla luce degli avvenimenti globali, nel momento in cui tutti abbiamo potuto verificare cosa significhi essere mediocri, ora dobbiamo seguire l'unico sentiero che ci riporterà all'eccellenza, in tutti gli ambiti. Si tratta di seguirla sempre, con pazienza e intelligenza, ma soprattutto comprenderne a fondo il vero significato, perché da molto tempo è stato travisato, da un lato per eccesso di conoscenza e acculturazione, e dall'altro per eccesso di ignoranza, comodità e superficialità. Sarà tutto più faticoso, sicuramente più esclusivo e speriamo certamente più bello.

sabato 7 dicembre 2019

La Cina, l'Italia e tutti gli altri



Considerazione di mera umanità.

Negli ultimi tempi si parla molto dei nuovi mestieri e delle nuove professioni che i giovani dovrebbero intraprendere per essere al passo coi tempi. Si dà per scontato il risultato di un'istruzione di base adatta per aprire le porte ad una vita lavorativa in linea con l'evoluzione tecnologica attuale e futura, però senza tener conto delle caratteristiche di unicità dei singoli individui. Una scuola che sin dall'asilo livella tutti, senza sviluppare le singole doti, senza porre le basi estetiche per la crescita dell'individuo e la sua futura posizione nella società, ne limita fortemente la sua evoluzione e in definitiva lo rende un uomo infelice. Se oggi la scuola dovesse davvero contribuire allo sviluppo dei giovani, senza essere invece quell'enorme ammortizzatore sociale già stigmatizzato da Giovanni Papini poco più di un secolo fa in una grande provocazione ripresa anni dopo da Pier Paolo Pasolini, nella quale si proponeva di chiudere le scuole e tutti gli ambienti e i luoghi chiusi che sopprimono la libertà, la crescita, la fantasia e il libero pensiero, porrebbe le basi definitive per una rivoluzione della società ed un'incrinatura potentissima di tutto il suo spregiudicato apparato economico.

A proposito dei risultati di un recente studio triennale che l'OCSE svolge su studenti quindicenni in tutto il mondo e discorrendo a proposito dell'istruzione cinese, il suo segretario generale ha dichiarato che "la qualità delle loro scuole oggi alimenterà la forza delle loro economie domani". È sicuramente vero, ma abbiamo il dovere di domandarci quali danni possano essere arrecati da un'istruzione a senso unico, proiettata soltanto all'affannoso conseguimento di un risultato utile ad un sistema economico anziché alla costruzione di un'estetica personale, ovvero di una percezione attraverso la mediazione dei sensi. Sarebbe assurdo e insensato importare sistemi educativi che si basano su tradizioni millenarie a noi estranee o tantomeno cercare di copiarli.

La nostra società euro-atlantica di derivazione illuminista, sebbene faccia acqua da tutte le parti, ha ancora nel suo nucleo una forza vitale e spirituale potente, assopita e negletta, ma tutta da riscoprire e rinvigorire. Soltanto attingendo all'antica fonte delle nostre radici filosofiche potremo davvero operare verso un nuovo "Umanesimo", non per riproporre il medesimo del mondo di Petrarca e Boccaccio che fu rivolto alla riscoperta dei classici greci e latini, ma a quello a noi più vicino e riproposto in modo attuale da filosofi come Massimo Cacciari, il quale suggerisce di ricondursi a molteplici linee di ricerca come letteratura, lingua, storia, filosofia e arte, al fine di proiettare una nuova visione su un fenomeno che se a quel tempo dovette apparire sconvolgente sul mondo contemporaneo, certamente incomprensibile ai soli occhi dei singoli, oggi potrebbe rischiarare un orizzonte molto incerto. Sarà forse l'unico modo per sconfiggere la crisi della metafisica occidentale, molto fiduciosa nella tecnica, ma che rivela il concreto fallimento dei veri ­valori che dovrebbero guidare il progresso umano, prima di ritrovarci schiavi di una tecnologia che già da tempo ci ha dato terribili avvertimenti.


Apollo e le muse sul Monte Parnaso – 1760
Anthon Raphael Mengs

giovedì 12 settembre 2019

Mahler distrutto dal digitale



Giorni fa ho avuto l'opportunità di ascoltare in diretta radiofonica una vitale e appassionata interpretazione della Quinta Sinfonia di Mahler eseguita dalla Brussels Philharmonic. Un avvenimento un po' speciale e di tipo affettivo, in quanto un mio giovane allievo, appena nominato Primo Corno dell'orchestra, si cimentava in una composizione molto amata e per lui era un po' il battesimo del fuoco. Avendo superato da qualche decennio la "mahlerite acuta" tipica dei fervori giovanili e viaggiando ormai su sentieri musicali decisamente più sereni, meno conflittuali e devastanti, ho dovuto fare un vero sforzo per ascoltare di fila tutta la composizione. Chi mi conosce, sa che di certe musiche delle quali riconosco la grandezza, riesco ormai a nutrirmi esclusivamente a dosi omeopatiche, pena un disagio psico-fisico che si riflette in insonnie notturne, con note e suoni vaganti per il cervello e che poi, per giorni, prima di essere digerite non danno tregua.

A parte ciò, per l'occasione (cosa che in un ascolto normale di un brano ben conosciuto non faccio mai) ho seguito tutta l'esecuzione con la partitura, col risultato di amplificare all'eccesso l'ascolto di una musica che in sala da concerto vive ovviamente di ben altro suono, con altri echi, altre riflessioni e le necessarie riverberazioni. Ciò che mi ha più infastidito, ma che ormai è prassi comune dappertutto, è stata la registrazione digitale. Posizionare decine di microfoni in corrispondenza dei singoli esecutori o delle singole sezioni non contribuisce certamente al miglioramento e alla definizione di un'esecuzione, casomai ne definisce i dettagli, come se fosse una radiografia sonora. Nel caso di molte musiche, che in sala da concerto vivono proprio per l'amalgama creata dall'acustica della stessa, la registrazione digitale impiegata per una trasmissione dal vivo non fa altro che snaturarne completamente il suono, restituendo all'ascoltatore un messaggio artefatto e lontanissimo dal pensiero dell'autore. Nel caso specifico, vale per Mahler ma all'opposto anche per Ravel e per altri compositori, la definizione eccessiva delle singole parti orchestrali nate in molti casi come asprezze ben congegnate inserite in un contesto sonoro generale, non fa altro che deturpare la sonorità complessiva del brano. Mahler, che di queste asprezze si nutriva, ben sapeva che in una sala da concerto sarebbero state smorzate e sarebbero arrivate alle orecchie degli ascoltatori come sottolineatura di uno stato emotivo e non come come stato emozionale frazionato e a sé stante in grado di interrompere quella tensione del discorso musicale che inevitabilmente necessita di continuità. Alla fine, questo atteggiamento maniacale nell'ambito della registrazione musicale, molto vicino ad una vivisezione sonora, non fa altro che modificare il gusto di chi ascolta (e quindi anche degli esecutori a loro volta ascoltatori) deviando su sentieri estetici completamente lontani dalla realtà, con la conseguente alterazione della percezione dell'opera in oggetto e quindi di una visione veritiera. In definitiva, privandoci di quell'ascolto di tipo analogico che ci appartiene e che è parte naturale del nostro modo di vivere. Il digitale divide ed analizza, l'analogico unisce e sintetizza, esattamente come il nostro pensiero.

giovedì 18 luglio 2019

L'incontro con Carlo Maria Giulini


Il mio primo incontro epistolare con Carlo Maria Giulini, quarantacinque anni fa, nel 1974.



Alla Scala, dopo tanti anni di assenza, diresse uno splendido concerto con i Wiener Symphoniker: Beethoven, Sinfonia Pastorale e Mahler, Sinfonia n.1. La recensione dell'allora critico musicale presso il più blasonato quotidiano milanese fu sprezzante nei confronti dell'orchestra e del direttore. Ovviamente, per questioni di mera bottega e becero protezionismo. Già a 19 anni, non avevo paura di dire ciò che pensavo e scrissi una lettera di fuoco, ovviamente non pubblicata, nella quale esprimevo rammarico per il trattamento riservato a ospiti illustri. Per conoscenza la inviai al Maestro Giulini e da allora iniziò un rapporto durato per alcuni anni che mi fece prendere decisioni definitive intorno alla Musica e, soprattutto, intorno al mondo musicale e alla sua "abitabilità". Pubblico qui la lettera, chiaramente scritta da un uomo votato in toto all'arte musicale e di uno stampo d'altri tempi.

Fu uno dei primi direttori che ebbi la fortuna di seguire alle prove ed uno dei pochi dal quale ascoltai pressoché sempre espressioni ed osservazioni di tipo musicale e quasi mai tecnico. Uomo schivo ed emotivo che sul podio si trasformava in un solenne cerimoniere, per poi ritornare alla sua privatissima vita e alle sue esclusive relazioni umane.






martedì 16 luglio 2019

La fortuna della passione


Uno dei più gravi problemi che le società industrializzate ed evolute dovranno affrontare intorno al 2050 non solo sarà quello della disoccupazione, bensì quello della impossibilità di occupazione, ovvero dell'inutilità di impiego di uomini e donne, che a causa della loro formazione non adatta ai tempi non potranno essere di alcuno aiuto alla società nella quale vivono. In parole povere, l'educazione scolastica generalizzata così come la conosciamo, sempre che sia esclusivamente supportata dalla personale ricerca della conoscenza, non servirà a nulla eccetto che alla propria soddisfazione, insufficiente comunque al mantenimento materiale per una vita dignitosa.
Le previsioni si basano ovviamente sull'esponenziale progresso tecnologico che via via causerà la sostituzione dell'opera umana materiale con quella robotizzata e quella frutto del pensiero analogico con quello digitale. Il grande matematico e filosofo Bertrand Russell, nel suo libro “Elogio dell’ozio” del 1935, si esprimeva dicendo che "la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, mentre la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro". In tempi più recenti, Bruno Bertinotti, politico e sindacalista, aveva adottato lo slogan "Lavorare meno, lavorare tutti" che dietro la facile presa populista aveva nel suo più intimo significato un valore ed una prospettiva allora non ancora compresa, ma che oggi appare realtà.


Dunque, lavorare meno: Direi che come prospettiva per una diminuzione dell'alienazione personale sia un'ottima idea. Lavorare tutti: benissimo, ma significa adattarsi anche ai lavori più umili, ponendo le basi per un ritorno ad un egualitarismo di base che riguarderebbe tutte le classi sociali, sempre che per quel tempo siano destinate ancora ad esistere. Ma cosa fare nel tempo libero? Ecco che il concetto di formazione di base torna prepotente alla ribalta. Una scuola con un pensiero educativo uniformato e che livella tutti, senza alcun criterio di valorizzazione in base alle personali caratteristiche, quanto può servire all'individuo? Soprattutto, un'educazione che punta esclusivamente all'erudizione trascurando la sapienza, quanto può tornare utile? Conoscenza e sapienza possono essere scambiati per sinonimi, ma hanno un significato intrinseco differente. La prima ha un indubbio valore pratico, ma la seconda definisce un mondo interiore, senza il quale la mera conoscenza non serve, se non a porre le basi per l'adattamento ad una silenziosa e moderna schiavitù.


E qui subentra l'urgente bisogno, direi un dovere, di ritagliarsi quel mondo ideale fatto di passioni, attitudini e desideri che ci dovrebbe accompagnare per tutta la vita, soprattutto durante quella parte del tempo non dedicato al lavoro d'impiego, sia esso manuale, industrializzato o pseudo-intellettuale che per la stragrande maggioranza degli individui si rivela comunque alienante. Le passioni, gli ideali, la dedizione a ciò che più si ama e che più ci ispira dovrebbero essere ingranaggi del motore della nostra esistenza. Purtroppo, e qui la scuola ha una grande colpa, queste attitudini umane non sono sufficientemente inculcate, se non addirittura totalmente neglette. Troppo sforzo per chi è preposto alla crescita dell'individuo e costi esorbitanti per la cosa pubblica. Meglio lasciare tutto così com'è, abbandonando ognuno al proprio triste destino. Impegno significa fatica, sviluppo del pensiero significa autonomia, consapevolezza significa capacità di combattere lo "status quo" e la sua negligenza.
Chiunque abbia avuto la fortuna di potersi dedicare alla propria passione, senza dover necessariamente rinunciare a ciò che più ama è, come chi scrive e i suoi simili in campo artistico, da considerarsi molto fortunato, indipendentemente dalla situazione sociale personale di partenza. Le future generazioni non saranno in grado di dedicarsi in toto a ciò che quelle appena passate e quelle attuali sono ancora in grado di fare. Per questo motivo, chi è depositario di un certo tipo di conoscenza, ha il dovere morale di diffonderla e inculcare nelle generazioni più giovani la medesima passione che ha animato ed anima tuttora la propria esistenza.