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mercoledì 26 ottobre 2016

The conductor today, enlightened despot without a kingdom.



Almost all musicians, at all levels and throughout life, can turn their instrument into a kind of alter ego of their personality and musical sensibility. Over time the sound of the instrument turns into the perfect ambassador of the musician's thought, absorbing the human experience, emotions, technical development, and other features related to the performer. Over time the musician, always keeping his instrument with him and having the opportunity to refine himself, succeeds in becoming a unique and solid indissoluble entity. It was time ago and it is so today.

Unfortunately, these opportunities today are not granted to the conductor, for the simple reason that he rarely has his own instrument available with which to grow and develop his personal idea of sound, phrasing, and spirituality. No orchestra likes to become the projection of the personality of a conductor, because this requires a constant, daily presence which implies sharing of thought, subjugation and, above all, a constant effort, commitment and concentration. Even the lucky ones, the “principal” conductors, are victims of a vicious cycle that forces them to tour, performing with orchestras alien to their sensibilities and a tour de force not very worthy of such men. The constant turnover of musicians, perennially free-lance even in the most renowned orchestras, prevents the consolidation of an orchestra and conductor sound print of their own. Perhaps, not many are aware that today the greatest orchestras in the world do not rehearse anymore. Do you have a concert lasting three hours? If you're lucky, you get an hour of rehearsal, the dress rehearsal, and immediately after, the concert. What is left for a conductor in search of "something" that is not the cachet, the momentary glory and the social success? Nothing, apart from the taxi waiting for you to take you to the airport to repeat the same sad and inglorious performance the day afterwards. The London Symphony are already in excited trepidation because Sir Simon Rattle, their future permanent conductor from 2018, has already said he wants to return to have three days of rehearsals for each concert. It is practically an attack to the status quo, to the world and castes of the "disposable", to the money machine and a slap to the mediocrity of high levels.

Nowadays the conductor, if he is a conscious musician of the real reasons of music, must make do with standard results, maybe of good technical level, but ephemeral and fleeting. His continued presence is no longer welcome to orchestras and he, the victim of historical circumstances, finds himself the last "undemocratic" figure in a "democratic" world to which he, like it or not, is subjected to. But this also concerns those instrumentalists, real sensitive musicians, who would expect moments of spiritual elevation and instead find themselves in a luxurious worker’s function. An exceptional musician, called as a free-lance addition to the Royal Philharmonic, told me about a rehearsal of Mahler's Second Symphony with a famous but now tired and world-weary conductor. When at the end of a rehearsal, having performed it in bits and pieces, he asked his companion next to him when they would do a full rehearsal, his reply was: "Ah, but we have already played it a hundred times, and we know it!" And so it was: a concert without real rehearsals.

Mahler thanks for the polite attention and Music mourns for the humiliation undergone.

lunedì 17 ottobre 2016

Il direttore d'orchestra oggi, despota illuminato senza regno.


Quasi tutti gli strumentisti, a tutti i livelli e per tutta la vita, possono trasformare il proprio strumento in una sorta di alter ego della propria personalità e sensibilità musicale. Col tempo, il suono dello strumento si trasforma in ambasciatore del pensiero ideale del musicista, ne assorbe l'esperienza umana, le emozioni, lo sviluppo tecnico ed altre caratteristiche legate all'esecutore. Avendo sempre il proprio strumento con sé e avendo la possibilità di affinarsi, col tempo riuscirà a divenire un'unica e solida entità indissolubile. Era così un tempo ed è così oggi.
Purtroppo, queste opportunità non sono più concesse al direttore d'orchestra, per il semplice motivo che rarissimamente ha a disposizione un proprio strumento, col quale crescere e sviluppare la personale idea di suono, fraseggio e spiritualità. Nessuna orchestra desidera diventare proiezione della personalità del direttore d'orchestra, perché ciò richiederebbe una presenza costante, giornaliera, che implica condivisione di pensiero, assoggettamento e, soprattutto, una costante fatica, impegno e concentrazione. Anche i più fortunati direttori "stabili" sono vittime di un circolo vizioso che li obbliga a tournée, esibizioni con orchestre estranee alla propria sensibilità e tour de force poco degni per un uomo. Il continuo turnover di musicisti, perennemente free-lance anche nelle più blasonate orchestre, impedisce il consolidamento di un impronta sonora propria, dell'orchestra e del direttore. Forse, non molti sono al corrente che oggi le più grandi orchestre del mondo non provano più. Hai un concerto della durata di tre ore? Se ti va bene, un'ora di prova, la generale e subito dopo il concerto. A a te, direttore in cerca di "qualcosa" che non sia il cachet, la gloria momentanea e l'affermazione sociale, cosa resta? Nulla, a parte il taxi che ti attende per portarti all'aeroporto e replicare il giorno dopo la triste e ingloriosa performance. Alla London Symphony sono già in fibrillazione, perché Sir Simon Rattle, futuro loro direttore stabile dal 2018, ha già detto che per un concerto vuol tornare ad avere tre giorni di prova. Praticamente, un attentato allo status quo, al mondo dell'usa e getta, alla macchina per far soldi e uno schiaffo alla mediocrità di alto livello. 

Ormai, il direttore d'orchestra, sempre che sia un musicista consapevole delle ragioni della musica, deve accontentarsi di risultati standard, magari di buon livello tecnico, ma effimeri, momentanei. La sua presenza continuativa non è più gradita alle orchestre e lui, vittima delle circostanze storiche, si ritrova ultima figura "non democratica" in un mondo "democratico" al quale è, volente o nolente, assoggettato. Ma ciò riguarda anche quegli strumentisti, veri musicisti sensibili, che si attenderebbero momenti di elevazione spirituale e che invece si ritrovano in una funzione di lussuosa manovalanza. Un eccezionale musicista, chiamato come aggiunto alla Royal Philharmonic, mi ha raccontato di una prova della Seconda Sinfonia di Mahler, con un celebre ma ormai stanco e assuefatto direttore d'orchestra. Quando al termine di una prova, fatta a spizzichi e bocconi, chiese al compagno vicino quando l'avrebbero provata per intero, si sentì rispondere: "Ah, ma noi l'abbiamo già suonata cento volte, la conosciamo!". E così fu: concerto senza prove.
Mahler ringrazia per la "cortese" attenzione e la Musica piange per l'umiliazione subita.

domenica 24 luglio 2016

Il nostro nemico siamo noi

Il nostro nemico siamo noi
Dopo gli ennesimi tragici avvenimenti in Francia e Germania, la corsa dei mass media è stata subito quella di trovare per forza un nemico esterno e, considerati i tempi, la matrice religiosa è stata la prima ad esser presa in considerazione. Poi si scopre che uno era psicopatico e pieno di vizi e l'altro era una vittima di bullismo giovanile ossessionata dalle precedenti stragi di tipo neonazista. Di sicuro non ci fermeremo qui e purtroppo assisteremo ad altri orrendi atti omicidi, perché queste figure disadattate sono di sovente il frutto della nostra incuria e del nostro disinteresse verso la corretta educazione degli individui. Una buona educazione che nasce in famiglia, ma che può essere irrimediabilmente compromessa dalla massificazione perpetrata dalla società e prima di tutto da una scuola che tende a omogeneizzare gli individui, anziché a valorizzarne le personali peculiarità e comprenderne i bisogni. Una società che a tutti i livelli, dopo secoli di conquiste illuministe e libertarie, si sta adagiando rinchiudendosi nello scrigno del benessere personale e allontanandosi dalla partecipazione al bene comune. Una società che ti bombarda di inutilità e che ti ritiene inutile se a queste inutilità rinunci. Un continuo bombardamento mediatico tendente all'assimilazione degli individui, anche di quelli che tendenzialmente sarebbero più indipendenti e che non tollera le diversità di condotta, dalle più semplici alle più rilevanti. È chiaro che in un'ottica comportamentale indotta di cane che si morde la coda (suggestione-azione-rimorso-suggestione-azione-rimorso) nessun individuo ha la possibilità di evolversi e crescere armoniosamente. Senza fare una facile analisi psicologica, perché non è il mio mestiere, posso però comprendere quali siano state le motivazioni e le pulsioni ossessive del giovane assassino di Monaco: non compro l'ultimo modello di cellulare, non mi vesto come gli altri, quindi mi sfottono, mi isolano, poi sono vittima di atti di bullismo, mi sento solo, vi odio, mi vendico, trovo giustizia e serenità soltanto con la mia morte. Bene, se notate, questo modello psicologico comportamentale non è poi così differente da quello di molti disadattati che si rifanno alla religione per massacrare tutti. Che si tratti di un ebreo ortodosso, di un fanatico neonazista o uno di Al-Qaeda, poco cambia. Tutti hanno in comune una forma di disadattamento sociale, che può essere di rivalsa verso il successo altrui, verso il benessere non raggiunto, verso una persona non posseduta e che ti ha rifiutato, oppure il semplice rifiuto della propria condizione umana e della propria natura, sia essa razziale, sessuale, sociale.
Lungi da me l'idea che con la psicologia sia possibile trovare la giustificazione per tutti i mali, né tantomeno la cura di essi, dico soltanto che una collettività, per meritarsi questo appellativo, dovrebbe aver a cuore la propria generale disuguaglianza agendo dall'interno e far sì che le diversità individuali abbiano la possibilità di trasformarsi in peculiarità tese all'equilibrio generale della singola persona e quindi di tutti gli individui. Di sicuro sarà difficile, ma l'unico modo che abbiamo per poter cambiare il nostro destino è quello di cambiare noi stessi, operandoci verso la vera integrazione (non certo quella cattolica romana rassicurante del "volemose bene") bensì quella più intelligentemente organizzata, che non guarda in faccia nessuno, magari dura e disposta a combattere per potersi affermare, ma giusta. La giustizia si sa, se è, è dura e non guarda in faccia a nessuno. Tantomeno ai mantenitori di uno "status quo".

venerdì 22 luglio 2016

Masterclass o Monsterclass?

Masterclass o Monsterclass?

Chi mi conosce, sa che da sempre incito i miei allievi più maturi ad adoperarsi per conoscere altri docenti, altri artisti dalle valide idee e soprattutto per organizzare nuovi percorsi di studio presso le scuole più prestigiose. Dietro mio suggerimento, i più intraprendenti ed autonomi si danno da fare in modo organizzato programmando oculatamente il loro successivo periodo di studio e iniziano a seguire da uditori i corsi brevi, generalmente di una settimana, tenuti da celebri docenti e celebri direttori d'orchestra. Alcuni di loro riescono a seguirli da effettivi, ma non sempre tornano soddisfatti di un'esperienza che speravano produttiva e che alla fine si è rivelata deludente sotto molteplici aspetti. Di solito, la lamentela più diffusa riguarda la scarsa attenzione ricevuta dal docente di turno e a volte pure la sua incapacità di interagire coi partecipanti desiderosi di ricevere una qualche sorta di illuminazione. Invece, al ritorno da queste esperienze l'insoddisfazione è palese, soprattutto perché il denaro e il tempo impiegato per la preparazione non sono da sottovalutare.
In genere, la lagnanza comune riguarda la pressoché totale assenza di attenzione verso la Musica. Al di là delle disquisizioni banali intorno alla tecnica gestuale, è raro che si affrontino problemi riguardanti un fraseggio, uno stile esecutivo particolare o semplicemente quella parte insondabile dell'arte direttoriale che, per poterne appena accennare, richiede una visone decisamente alta del proprio concetto astratto di "Weltanschauung" e l'abilità di trasmetterlo tramite indicazioni che vanno ben più in là delle disquisizioni tecniche.

Oggi le masterclass brevi, estive o invernali che siano, sono diventate un lucroso business e uno specchietto per le allodole. Da parte degli organizzatori c'è di sovente un cinico disinteresse per la qualità del loro svolgimento, ma un'attenzione particolare all'accaparrarsi il più alto numero di iscritti. Per molti partecipanti, il bersaglio principale è quello di collezionare il più numeroso elenco di corsi, perché pensano che arricchisca il proprio curriculum facendoli apparire come musicisti aggiornati e attenti, proiettati in una visione moderna del far musica e aperti alle esperienze più varie. Peccato poi che la mira principale di molti sia l'abituale corsa a farsi un video da caricare al più presto su Youtube. Infatti, basta farsi un giro di mezz'ora su quella piattaforma per farsi tante belle risate o, in alternativa se si è depressi, strapparsi i capelli e mangiarsi le unghie...

Ovviamente, ci sono corsi e corsi, docenti e docenti, artisti e artisti. Due dei miei allievi più maturi e musicali, in tempi recenti parteciparono come uditori ad una masterclass tenuta da uno degli ultimi anziani grandi direttori d'orchestra in circolazione. Da subito, si meravigliarono della scarsa qualità dei partecipanti, molti dei quali nemmeno in possesso delle più elementari basi di tecnica gestuale, tale da permettere loro un minimo assieme strumentale. Alcuni, alle prese col grande repertorio, totalmente all'oscuro di come eseguire un tempo di una sinfonia. Agogica, dinamica, fraseggio, tutti terribilmente sbagliati. Grazie ai miei allievi ho potuto visionare un filmato in cui un frenetico giovanotto dirigeva il terzo movimento della Quarta Sinfonia di Schumann ad una velocità ridicola e con un Trio sempre a tempo che urlava vendetta. Ho ancora negli occhi l'incredulità e lo stupore del Maestro di turno, imbarazzato come non mai ma molto signorile nel suo intervento. Si trattava del grande Bernard Haitink, sofferente come non mai nell'assistere al martirio di uno dei più celebri capolavori musicali romantici.


Un insegnamento di cattiva qualità è, quasi letteralmente, un assassinio e, metaforicamente, un peccato. Immiserisce lo studente, riduce a grigia inanità la materia insegnata. Insinua nella sensibilità del bambino o dell’adulto il più corrosivo degli acidi, la noia, le esalazioni della noia.
Rudolf Steiner 

È evidente che le masterclass tenute dai celebri artisti sono molto ambite. Le domande arrivano a centinaia ed evidentemente il lavoro di selezione non può essere eseguito da un ottuagenario e già affaticato musicista con ben altro per la testa. In genere, è qualche impiegato dell'organizzazione che si adopera per spulciare le domande e, sempre che ne capisca qualcosa, ogni tanto ci azzecca. Il più delle volte il risultato della selezione fa pensare se effettivamente sia opera di un esperto o se invece sia il risultato del caso. Secondo me, in presenza di cento domande, tirano i dadi oppure, e questa sì che è una tragedia, l'operazione è effettuata sulla base di criteri meno oggettivi e più di becero marketing. Un cinese, un americano, uno spagnolo, un tedesco, un marziano... Ed ecco che la masterclass diventa davvero internazionale e appetibile agli occhi dei consumatori.

C'è poi un risvolto pietoso narratomi recentemente, sul quale però calo un doveroso velo di riservatezza riguardo al nome del docente, perché a ottant'anni o giù di lì potrei essere anch'io nella medesima senile e infelice situazione. Prometto però che cercherò di evitarla in tutti i modi, se non altro perché non sono dedito al vino, se non a tavola e in dosi accorte.
Un mio allievo, come altri "desideroso di ampliare il proprio curriculum", avendo già pagato in anticipo una masterclass tenuta da un famoso insegnante, mi riferì che durante le prove d'orchestra costui era sempre addormentato a causa delle abbondanti bevute e che ogni qualvolta egli era sul podio nessuna attenzione gli era serbata. Mai un intervento per correggere qualche errore, qualche suggerimento. Nulla, il maestro dormiva serenamente in ultima fila, soltanto un improvviso e imbarazzante "ah, oh yes...very good" allo scandire dell'accordo finale in ff di una sinfonia.  

Un suggerimento per tutti i giovani musicisti desiderosi di allargare davvero la propria esperienza: per prima cosa siate sinceri con voi stessi e domandatevi se il corso che desiderate seguire andrà a colmare la vostra sete di conoscenza oppure il vostro ego infantile e smania di azione. Se pensate che avvicinarvi a una celebrità possa giovare alla vostra carriera, toglietevelo dalla testa. Di frequente, molti artisti che vivono freneticamente solo di musica e non per la Musica, quando hanno una settimana libera non sanno cosa fare. Non avendo mai coltivato nessuna passione extra-musicale, nessun hobby, nessun semplice passatempo rilassante, sia esso il giardinaggio o la raccolta dei francobolli, nel tempo libero sono nevrotici e non sanno come riempire le ore. Ecco allora che gli organizzano subito una masterclass che accontenta le mogli stufe dei mariti impazienti che girano nervosamente per casa e, soprattutto, il portafoglio degli organizzatori. Sembra una battuta, ma vi assicuro che la vita di molti personaggi è tristemente questa.


Imparare è un'esperienza; tutto il resto è solo informazione.
Albert Einstein 

venerdì 8 gennaio 2016

Ricordi di gioventù

Ricordi di gioventù

Era il 1968 ed io, tredicenne, per la prima volta mettevo piede alla sala Verdi del Conservatorio per ascoltare i concerti della Società del Quartetto. Un amico di famiglia, grande appassionato, sapendo della mia passione mi regalava i biglietti ed io, assieme a lui, mi recavo ad ascoltare. Il mio primo concerto in assoluto fu un recital di Rudolf Serkin con le Variazioni Diabelli di Beethoven. Non ci capii nulla e forse mi addormentai. Seguì un' impressionante Passione Secondo Matteo di Bach diretta da Claudio Abbado. Fu per me l'inizio dello stupore verso la grandiosità della musica. Tempo dopo, mi abbonai ai concerti della Gioventù Musicale, dove ogni sabato pomeriggio avevo modo di ascoltare di tutto. Dai complessi tzigani, ai grandi organisti e improvvisatori straordinari come Jean Guillou, fino alle orchestre giovanili di mezza Europa. Più tardi, quattordicenne, iniziai a frequentare il Teatro alla Scala. Il Barbiere di Siviglia diretto da Claudio Abbado fu il primo spettacolo. Erano gli anni della mia prima formazione musicale "seria" con i primi studi di armonia, con letture entusiasmanti e l'accaparramento di tutte quelle sensazioni straordinarie che a quell'età ti fanno premura. Non c'era giorno che non ascoltassi musica per almeno tre o quattro ore. Pochi dischi, eccetto quelli marcati Joker acquistati all'UPIM, perché gli altri a quel tempo erano proibitivi. Molto ascolto radiofonico, soprattutto grazie alla filodiffusione che a quel tempo era una ricchezza insostituibile e non un juke box come lo sono oggi Youtube o Spotify. Per trovare le musiche più appetitose c'era il Radiocorriere TV che dedicava pagine intere al palinsesto dettagliato e pagine agli appuntamenti da non perdere. Con la frequentazione continuativa degli spettacoli alla Scala e soprattutto dei concerti al Conservatorio (arrivai per un certo tempo ad ascoltarne fino ad otto alla settimana) sentivo che la mia formazione musicale iniziava a diventare importante. Ascoltavo di tutto, tutto digerivo famelicamente e arrivavo ai concerti dopo aver già letto e studiacchiato le partiture che per tempo mi ero procurato.



Un giorno, un caro amico mi regalò un disco DGG con Apollon Musagète di Stravinsky e la Musica per Archi Percussione e Celesta di Bartók diretti da Karajan. Fu un cambiamento epocale per i miei gusti. Dagli ascolti "normali" passai presto a scoprire meglio i due grandi sopracitati e poi Debussy, Ravel, Holst, Mahler, Britten, Prokofiev, Shostakovich fino alle musiche più avanzate del '900, come Boulez (Le Marteau), Donatoni, Berio e Maderna, non senza esser prima passato attraverso Respighi, Casella, Malipiero e tanti altri "padri fondatori". Di Maderna rimasi affascinato dall'ascolto di Don Perlimplin, opera radiofonica su testo di Garcia Lorca, trasmessa sul terzo canale radiofonico alle nove di sera di una caldissima sera d'Agosto. Sdraiato sul letto e guardando dalla finestra le luci di Menaggio riflesse nelle acque del Lago di Como, mi immaginavo tutta l'ambientazione e mi trastullavo ascoltando qualcosa di affascinante, ma di cui ero certamente poco consapevole. Fu dopo questi ascolti che iniziai a comporre per quartetto e per orchestra, pur senza conoscere ancora la strumentazione. Imitavo, imitavo e imitavo (non facevano così anche i Grandi del passato?) e scrivevo, scrivevo, scrivevo.


Ammesso finalmente al conservatorio di Milano grazie ad una generosa presentazione di Romano Gandolfi che dopo avermi per caso conosciuto a casa di una cugina mi aveva preso in simpatia, e del quale ebbi poi l'onore di seguire per un po' di tempo le prove di coro alla Scala, iniziai gli studi prima di fagotto con il compianto Sergio Penazzi e poi di tromba (ero bravino) con Giuseppe Bodanza, storica prima tromba del teatro milanese. Anche il mio insegnante di pianoforte faceva parte dell'orchestra della Scala. Era Bruno Cantamessa, grande gentiluomo e persona di buon cuore. Ricordo che aveva una tecnica strabiliante, ma lui diceva che Pino Calvi (il celebre pianista, direttore d'orchestra e compositore italiano di canzoni e colonne sonore per film e sceneggiati) era ancora più bravo di lui. Un giorno, Calvi lo venne a trovare in classe e i due si misero a suonare Brahms a quattro mani. Impressionanti. L'ingresso in conservatorio col fagotto fu un becero "escamotage" per poter poi passare, da interno, alla classe di composizione e poi di direzione d'orchestra. In quegli anni non entravano cinquantenni con la laurea in chimica e debiti formativi da asilo...Conoscevo l'armonia sì e no fino alla nona di dominante, avevo già sbirciato il trattato di strumentazione di Casella-Mortari, ma continuavo a comporre, senza scopo alcuno se non il compiacimento di riempire fogli di carta a 32 righi costosissimi che conservavo come preziose reliquie. Un giorno, molto soddisfatto per aver composto una partitura d'avanguardia totalmente atonale, gigantesca e a mio avviso "spaziale" la sottoposi per caso al mio ex insegnante di teoria musicale, il dotatissimo e abile compositore Alearco Ambrosi, musicista al quale rimasi sempre affezionato, se non altro perché fu l'unico che mi consentì di studiare il solfeggio sulla partitura di Sacre du Printemps... Egli la guardò, la esaminò, la riguardò compiaciuto, la rigirò, ne rimase incuriosito e profondamente colpito. Ad un certo punto, dopo averla richiusa col garbo riservato ad un antico manoscritto, disse: "Ma questa è una partitura da concorso!". Io tornai a casa molto soddisfatto, pensando che forse la mia strada sarebbe stata prima o poi quella del compositore. Per inciso, anche il mio maestro di composizione Bruno Bettinelli, durante tutto il percorso di studi, aveva insistito affinché io intraprendessi quella strada. Secondo voi, dopo quell'incontro così entusiasmante per le mie speranze future, cosa sarebbe potuto accadere? Ecco cosa accadde qualche tempo dopo.
Consapevole delle difficoltà che comportava il comporre, sia dal punto di vista sintattico che da quello strettamente d'ispirazione, man mano iniziai ad allontanarmi da quel mondo che per alcuni anni della mia gioventù mi aveva sinceramente affascinato. Forse, raggiunsi prestissimo la consapevolezza delle difficoltà oggettive, ma anche morali e etiche, che la composizione comportava. Possibile che fosse così facile riempire di segni casuali la carta e ottenere un precoce riconoscimento? Fatto fu, che trascorso poco tempo, distrussi tutti i miei manoscritti. Conservo soltanto quello del mio primo ineseguibile quartetto...

In quegli anni, tutti lo sappiamo, era così. Non dico altro, perché chi mi legge conosce già tutto, ma tengo a sottolineare che a un certo punto iniziai a sentire "odore di truffa" dappertutto. Soprattutto, nonostante avessi conosciuto musicisti straordinari come ad esempio Bruno Maderna, non riuscivo a digerire il fatto che dietro la loro opera ci fosse prima, comunque e sempre un fattore ideologico anziché musicale. Per anni, i diplomi di composizione (rigorosamente filtrati ideologicamente con avversione per la tonalità) furono elargiti come i rinnovi delle patenti di guida e il risultato odierno è che oggi ne pagano le conseguenze i giovani compositori, grazie ad una pletora di sedicenti musicisti entrati nei ruoli d'insegnamento dei conservatori, provvedendo a perpetrare il disastro iniziato dai loro eccezionali ma cattivi maestri.


 


Poiché in questi giorni, luttuosi per molti e di festa per altri si è letto di tutto, ho desiderato raccontare la mia esperienza di giovane musicista che già quarant'anni fa aveva abiurato ad una tacita fede comune, subendo un feroce ostracismo e dileggio, nonché pagandone le derivate conseguenze "sociali".
Ai giovani musicisti dico solo questo: siate sempre voi stessi, combattete le falsità palesi e soprattutto i maestri che tendono a obbligarvi verso percorsi a voi estranei per emozionalità e natura. Abbiate carattere, forza d'animo e determinazione. Sappiate che se avete talento e desiderate fortemente emergere per le vostre qualità, seguendo strade scomode ma pulite prima o poi otterrete il riconoscimento che meritate. Seguite soltanto il vostro intuito e la vostra sensibilità.


Venerdì 8 Gennaio 2016