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mercoledì 21 novembre 2018

Conservatorio addio, senza rimpianti




Come mia moglie Elisabetta Brusa, anch'io ho rassegnato le dimissioni dal conservatorio, dopo quasi 39 anni di attività. Attenderò pazientemente la pensione che, se sarò ancora vivo e se certi politici improvvisati non avranno mandato a rotoli le casse dello stato, arriverà fra quasi cinque anni.

La nostra decisione di abbandonare l'insegnamento fu presa nel giro di cinque minuti, mentre poco più di un anno fa eravamo in vacanza ad Hammamet. Entrambi, insofferenti di una situazione ormai paradossale, al limite del ridicolo e che urla vendetta, fummo educati in tempi in cui l'insegnamento della Musica non era ancora schiavizzato da una ridicola, assurda e blasfema riforma, ideata esclusivamente per decretare la fine definitiva dei conservatori. Ideata da non si sa chi, forse nella speranza di poter ottenere stipendi universitari, anziché da scuola superiore o giù di lì. Lo sanno tutti e tutti per anni ed anni hanno fatto finta di nulla. Le poche voci alzatesi contro questa riforma, che a detta di alcuni avrebbe dovuto allinearci al resto delle altre nazioni europee, ma che non ha fatto altro che procrastinare l'uscita dagli studi dei giovani musicisti, sono rimaste inascoltate. Il vecchio conservatorio era soltanto da svecchiare, non da svendere al gigantesco mercato degli ammortizzatori sociali. Era una scuola esclusiva, aristocratica nel senso più elevato del termine, riservata a chi aveva talento e a chi, seppur con talento inferiore, amava la Musica in modo esclusivo, appassionato. Poi è arrivata questa funesta riforma, che ha trasformato irreparabilmente istituzioni di alto livello in un ennesimo corso di studi pseudo-universitario, con numerose materie pressoché inutili, ma utilissime al mantenimento del posto di lavoro di docenti con classi semivuote e che altrimenti avrebbero rischiato la chiusura. Tutti lo sanno. Nel giro di 20 anni i conservatori si sono trasformati in centri di accoglienza per eterni studenti che a 30 anni suonati vagano ancora nei corridoi degli istituti, passando da un corso monografico su Mahler, magari non conoscendo nemmeno le sinfonie di Mozart, ad uno monografico di filosofia su Nietzsche, magari senza aver mai letto due righe di Aristotele o Platone. Un coacervo di corsi e corsetti con allievi ormai quarantenni e oltre, spesso brevissimi e deboli, inutili ad una vera formazione dell'individuo-artista. Un titolo vago denominato "Laurea in discipline musicali", dove quello in Tromba Jazz o Flauto Barocco ha il medesimo valore di uno in Composizione o Direzione d'Orchestra. Senza parlare delle numerose scuole aggiuntesi nel tempo, come quelle di Jazz ed ultimamente Pop-Rock eccetera, anch'esse cibo per il famelico ammortizzatore sociale che tiene tutti buoni, studenti e docenti, regalando limbo, poco denaro ed una certa sicurezza.
Insomma, un vero e proprio livellamento verso il basso. Laureati ma appiattiti. Aggiungiamo poi il tranello vergognoso ed avvilente dei corsi per l'abilitazione all'insegnamento, dove giovani padri di famiglia si adattano ad un'umiliazione senza precedenti. Almeno fosse gratuita... Invece no, anch'essi trappolone ideato per rinvigorire la massa di docenti e studenti, altrimenti senza lavoro e senza scopo. Si potrebbe andare avanti all'infinito...
Recentemente ho partecipato all'ultimo collegio dei docenti e mi è stato chiesto di dire qualche parola di commiato. Salutando tutti, ho preferito tacere, perché altrimenti avrei depresso oltremodo i colleghi. Naturalmente, come avvenuto regolarmente dal 1979, anno del mio ingresso del tutto casuale in conservatorio come docente, anche ieri non ho MAI sentito parlare di Musica, ma soltanto di burocrazia, comunicazioni ministeriali, organizzazione dei corsi ed un elenco insopportabile di comunicazioni totalmente avulse dall'arte musicale. Tutta roba che un musicista dovrebbe delegare in toto a esperti in gestioni amministrative e della quale non dovrebbe nemmeno sentir parlare. Un docente dovrebbe entrare in conservatorio e mettersi a far Musica, senza intoppo alcuno, senza le trappole di un sistema che impedisce di fatto la realizzazione delle basilari attività. E ogni istituto ha inevitabilmente le sue pecche. Ma direi che la pecca più grande, quella che ha davvero umiliato i conservatori, è la nomina del Direttore da parte del corpo docente, spessissimo un DO UT DES di basso profilo, risolto in scambi, accordi più o meno personali e che ne impediscono il vero potere gestionale-musicale dell'istituzione. Un consiglio accademico pure esso nominato dai docenti e spesso ingovernabile al suo interno, con faide intestine dove tutti sono contro tutti. Il buon senso avrebbe consigliato di ideare una struttura verticistica, dove un Direttore eletto per chiara fama, rendendo regolarmente conto al Ministero, si sarebbe dovuto impegnare circondandosi di una équipe valida e compatta, ben assortita e coesa, dove ogni componente sarebbe stato responsabile del proprio lavoro e ne avrebbe reso conto, pagando personalmente errori o inefficienze. Invece... Già, ma nell'apparato statale tutto ciò è fantascienza.
Ne racconto solo una: ad un collega fu affidata la preparazione dell'opuscolo e delle locandine per l'attività del conservatorio. Sicuramente in buona fede, con solerzia e seguendo i suo istinto, approntò il tutto. Un giorno, entrando in conservatorio, mi venne un colpo. Avete presente quegli opuscoli che si trovano negli autogrill e che all'interno hanno la coloratissima pubblicità delle carrozzerie, delle pizzerie, dei lavasecco, dei cinema e delle autorimesse? Ecco, l'opuscolo era così. Fui forse l'unico a protestare col direttore per quel lavoro terribilmente inadatto ad un'istituzione come il conservatorio. Il solito deprecato buon senso, avrebbe suggerito al direttore di rispedire il tutto al mittente e chiedere un nuovo opuscolo. Nulla. Il tutto pagato col fondo d'istituto. È soltanto un piccolo esempio, ma potrei continuare all'infinito. Una volta, al rientro dalle ferie, entro e mi ritrovo l'interno del conservatorio dipinto in rosa shocking. Rosa, avete capito bene! Come il sottomarino Sea Tiger nello spassosissimo film "Operazione Sottoveste". Ma chi era a governare un simile scempio? Altra chicca: ristrutturazione di un palco per ospitare coro e orchestra. Ideato senza scivoli per lo scorrimento dei pianoforti, sicché ogni volta è necessario l'intervento di una ditta di trasportatori, con inevitabile costo aggiuntivo per l'istituto. Il risultato è che i pianoforti gran coda sono fissi sul palco e l'orchestra suona sul pavimento.
E così via, e così via... La solita storia, chi controlla? E chi controlla i controllori? Potrei accennare ai direttori psicopatici ammalati di potere che ho incontrato durante il mio peregrinare in vari conservatori. In uno, a capo dell'istituto c'era un sedicente direttore d'orchestra con la fissa di dover per forza dirigere qualcosa a fine anno. In mesi di lavoro con l'orchestra dei giovani studenti costruivo un piccolo gioiello, arrivava lui e distruggeva tutto. In un altro, un valente musicista fuori di testa arrivava al mattino urlando come un pazzo spaventando tutta la segreteria. Nessuno aveva il coraggio di avvicinarlo per tutta la giornata. Nel frattempo lui era uscito dalla porta secondaria per andare a esibirsi in un concerto o forse per impartire lezioni private. Poi ci sono i direttori con la fissa delle riunioni. Per almeno due anni ho partecipato a riunioni per la programmazione di concerti per gli allievi delle classi di composizione. Dopo due anni non si era ancora fatto nulla e gli allievi e gli insegnanti sono ancora lì che aspettano.
In quasi quattro decenni ho avuto colleghi meravigliosi, alcuni di loro persone e musicisti davvero straordinari. Con alcuni ho anche collaborato felicemente nella realizzazione di concerti e ad alcuni devo moltissimo per l'abnegazione con la quale si sono sempre prodigati, dimostrando grande amore verso la Musica e verso i giovani musicisti. Anche loro, purtroppo, sofferenti all'interno di strutture male organizzate, dove è impossibile alcuna seria programmazione. Un'istituzione come il conservatorio dovrebbe essere in grado di programmare tre, quattro o cinque anni in anticipo l'attività e invece è prigioniera di un bilancio annuale, strettissimo e immobile. Dovrebbe essere in grado di gestire autonomamente i fondi senza per forza sottostare a ridicole procedure e gare d'appalto mirate al ribasso. Oppure misteriose: mobili vecchi accatastati da anni e impossibili da eliminare, perché per farlo ci sono normative di tipo sovietico. Vetri rotti o lampade fuori uso in attesa di una gara d'appalto prima di essere sostituite.
Il vecchio e tanto criticato conservatorio aveva soltanto bisogno di rinnovare il repertorio, aggiungere un corso serio di Storia della Musica ed uno di Composizione comune a tutte le scuole, aggiungere corsi obbligatori per tutti di lingue musicali (Francese, Tedesco, Inglese e Latino) ed uno di Filosofia della Musica. Ora, invece, abbiamo i corsi di Metodologia dell'Analisi Comparativa, Psicoacustica funzionale e così via... ci manca Taglio e Cucito, nonché Cucina Afro-Brasiliana e siamo a posto.
Profetico fu lo scritto del 1914 di Giovanni Papini "Chiudiamo le Scuole". Da allora poco è cambiato. Vale la pena di rileggere queste righe: "(La scuola) Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico. Insegna (pretende d'insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura nelle accademie; il gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la musica nei conservatori. Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d'ingegno..."

martedì 20 novembre 2018

Requiem per la Direzione d'Orchestra




In trent’anni ho avuto circa trecento allievi aspiranti direttori d’orchestra. Alcuni di loro, diciamo il 2% di gran talento, hanno raggiunto fama nazionale o internazionale e tuttora calcano i podi delle più importanti stagioni liriche e sinfoniche. Molti altri hanno iniziato l’attività direttoriale e dopo alcuni anni, complici le tante difficoltà che accompagnano quel tipo di vita, l’hanno cessata o affiancata ad altro: insegnamento, composizione, esecuzione strumentale. Moltissimi invece, non sufficientemente responsabili verso questa difficile arte, hanno abbandonato o si sono dedicati ad altre attività in ambito musicale.

Durante i miei primi ventidue anni trascorsi all’Accademia Musicale Pescarese, di solito si presentavano giovani già in fase di solidi studi musicali avanzati, se non già diplomati. Quasi tutti avevano in comune una sfrenata passione per la Musica, ancor prima della Direzione d’Orchestra. Essa era il nutrimento e motore primario della loro dedizione alla conoscenza e allo studio. Fra loro ricordo chi, già dagli inizi, mostrava una bella predisposizione naturale ed una capacità di comunicazione elevata ma soprattutto una già vivida comprensione della Musica, indipendentemente dall’accumulo di conoscenze accessorie.
Anche oggi, seppur differentemente, nell’accademia da me fondata, ho alcuni allievi con già una notevole capacità di discernimento e un’ elevatissima percezione dei valori fondanti l’arte direttoriale. Oltre che dedicarsi a fondo allo studio, si documentano sui fulgidi esempi del passato e sugli attuali, confrontano e ovviamente ne traggono le conclusioni. Con soddisfazione mi accorgo che hanno in comune un senso estetico molto sviluppato, indipendentemente dalla loro provenienza culturale e dall’età.
Recentemente, un paio di loro si è recato ad ascoltare un concerto di un’ottima orchestra, dove un direttore “col pedigree” si cimentava con alcune composizioni del grande repertorio sinfonico. I tristi resoconti di quella serata, peraltro molto prevedibili, non si sono fatti attendere. Orchestra scollata a causa della gestualità poco efficace, se non incomprensibile del direttore, mancanza totale di assieme e soprattutto assenza di idee. Esecuzione piatta, banale, senza afflato, terribilmente fastidiosa per le orecchie allenate di chi sa distinguere e comprendere.
Ovviamente gran successo, inevitabile dopo l’ultimo boato con cassa e piatti. Dico solo che vidi questo direttore “col pedigree” dirigere anni fa, con la medesima orchestra, uno dei più grandi lavori sinfonico-corali dell’ottocento. Per tutta la durata del lavoro, circa 75’, coro e orchestra non furono mai, dico mai, assieme. E costui imperversa a destra e a manca e come Attila lascia macerie dove passa. Ovviamente, la domanda che i giovani si pongono è come a costui venga regolarmente permesso di distruggere la Musica in questo modo. Sappiamo che le risposte sono tante, ma il punto non è questo. Nel mare di un’ignoranza generalizzata intorno alla Musica, tutto diventa facile da propinare, bello e buono, valido e inutile assumono medesimo valore, ovvero un disvalore. Tutto diventa opinabile e poiché il pubblico non è in grado di discernere se un direttore vale o no, si affida a ciò che gli viene proposto. “Beh, se è lì allora significa che è bravo”. Invece, la massa di incompetenti e mediocri che calca i podi di mezzo mondo (inclusi quelli dove una volta ci salivano soltanto i semidei) aumenta in modo esponenziale. Dopo tutto, chi fra il pubblico è in grado di distinguere se un direttore esegue un fraseggio giusto o sbagliato? Per carità, i cani c’erano anche cinquant’anni fa, ma la quantità di mediocri ora in circolazione è davvero inverosimile. Se la podiomielite un tempo era un virus in incubazione, oggi è diventata una pandemia. Mi si dirà che anche una volta il pubblico non era in grado di distinguere le competenze di un direttore. Certo, ma la differenza sta nel fatto che prima della democratizzazione del tutto, ad argine della mediocrità e a garanzia dei valori si erigevano le grandi tradizioni delle nazioni, le loro tradizioni esecutive e la competenza di pochi davvero competenti a capo della cosa musicale. Oggi, dalla mediocrità si salva ancora un po’ l’esecuzione strumentale, per il semplice fatto che una nota stonata di un cantante o di un violinista la sente anche un sordo, mentre come si sa, la bacchetta non fa stecche. Rimane però costante un certo funambolismo insopportabile che spesso rende mediocri anche gli artisti che non lo meriterebbero.

Forse è venuta l’ora che quei pochi, rari musicisti che si dedicano da un po’ di tempo alla critica musicale, abbandonino il fioretto brandendo la scimitarra, infischiandosene del maledettissimo politically correct e dicendo le cose come stanno. Ne va della salute della Musica e, nel caso della Direzione d’Orchestra, di quel poco di sacrale che è rimasto, a difesa della banalità e dell’improvvisazione che la sta irrimediabilmente distruggendo.

mercoledì 8 agosto 2018

Uomo digitale


Il mondo digitale ha inevitabilmente compromesso una fondamentale caratteristica e attitudine umana, quella del contatto fisico con le cose e coi propri simili. La sua progressiva eliminazione, legata alle normali ed elitarie attività dell'uomo (denaro contante, comunicazioni personali ed epistolari, letteratura, musica) ha sotratto quella parte essenziale e preliminare all'armonico sviluppo relazionale con gli oggetti, la loro funzione e fruizione con le persone. L'osservazione diretta degli avvenimenti legati a cose materiali e quindi una consapevolezza di tipo tattile, nonché la progressiva diminuzione e sostituzione del contatto fisico coi propri simili, sta pericolosamente inficiando la nostra realtà di percezione, vanificando secoli di storia legati alla principale caratteristica dell'uomo: la propria esclusiva natura analogica e il relativo confronto e attribuzione di significato agli avvenimenti naturali. Oggi, il contatto fisico coi propri simili comunissimo fino a poco tempo fa e legato a carezze, baci, abbracci, effusioni piacevoli e semplici, sta velocemente svanendo, per far posto a numerosi alias di tipo digitale, vaghi, equivoci, inespressivi


Non parliamo poi della paura indotta da simili comportamenti. Provate ad accarezzare un bimbo per manifestare la vostra tenerezza e simpatia. Rischiate di passare per pedofilo. Date un affettuoso e profondo abbraccio ad una persona cara del vostro stesso sesso e sarete scambiati, come minimo, per persona dagli atteggiamenti ambigui o scabrosi.
Insomma, chi come me è nato in un mondo decisamente più semplice e tutto sommato meno comodo dell'attuale, si ritrova un po' smarrito. Per fortuna, cosa rara, ogni tanto si incontrano giovani meno assuefatti e compromessi alla contaminazione digitale della propria anima e ancora in grado di comprendere appieno la necessità di comportamenti empatici più semplici, naturali e consoni all'uomo. E con un abbraccio il cuore si apre ad entrambi.

domenica 29 luglio 2018

Il musicista e la sua affermazione sociale



Fra tutte le categorie di musicisti, il direttore d'orchestra ricopre da sempre un ruolo delicato e instabile, per via della sua principale caratteristica, ovvero quella di far musica senza produrre fisicamente alcun suono. L'aura di mistero e fascino che lo circonda è oggetto di continue valutazioni, critiche, denigrazioni o esagerate adulazioni.  Egli si affida necessariamente ad uno strumento, l'orchestra, che non è paragonabile alla tastiera del pianoforte e che per la natura umana che la contraddistingue necessita di un trattamento delicato, intelligente e naturale. Come si sa, la bacchetta non fa stecche e l'abilità di far suonare l'orchestra in un modo consapevole e personale, senza alterarne l'anima e senza danneggiare il pensiero del compositore, è un'impresa ardua e rilevante che richiede una condotta interpretativa logica e pertinente al testo, ma può essere semplice e banale qualora sia opera di un artista irresponsabile e autoreferenziale.

La valutazione di un direttore da parte dei musicisti dell'orchestra varia molto in base alla cultura e alla preparazione di ogni singolo componente. Oggi, complice una scuola musicale settoriale, circoscritta alla preparazione tecnica e alla sua enfatizzazione, dove la formazione umanistica è pressoché ignorata, la nuova generazione di musicisti cresce quasi completamente avulsa da un gigantesco mondo parallelo, essenziale al completamento della propria natura musicale. Pochi artisti hanno il desiderio e la volontà di riempire un vuoto, spesso si accontentano della propria efficienza sullo strumento al quale dedicano una vita, ma alla quale però sottraggono il giusto nutrimento. La Musica, arte particolare è come un campo che senza concimazione o alternanza di sementi, dopo un po' inaridisce e non dà più ortaggi.
L'educazione settoriale non è certo prerogativa degli artisti. Oggi, in qualsiasi campo vige soltanto il criterio dell'efficienza e della specializzazione. Provate ad andare da un medico generico per un dolore ad un alluce e scoprirete che la maggior parte di loro forse non è in grado di distinguere un dolore artrosico da quello prodotto da un' onicocriptosi. Mancando quella parte intuitiva, quella capacità empatica necessaria al delicato compito, il suo parere sarà quello di proporvi esami totalmente inutili e costosi.

Il pubblico, non da meno, giudice finale per l'incoronazione dell'eroe di turno, in assenza di un minimo bagaglio musicale complesso e di una conoscenza approfondita della storia dell'esecuzione, si accontenterà di ciò che abilmente il business musicale gli propone, trangugiando divi, antidivi, onesti musicisti e squallidi imbonitori. I mass media, veicoli d'eccellenza per la glorificazione, sono abilissimi nel confezionare immagini, storie presenti e passate, ritratti di artisti impensabili e chi non conosce è inevitabilmente preda, più o meno inconsapevole, di queste trappole.
Oggi nel mondo, l'attività del direttore d'orchestra è terribilmente inflazionata e forse numericamente paragonabile a quella di chi pratica il mestiere più antico del mondo. È sufficiente digitare la parola "conductor" su Google immagini e troverete centinaia di pagine che ne ritraggono di celebri e di totalmente sconosciuti, da est a ovest e da nord a sud del globo. Chiunque abbia vissuto il mondo musicale di soltanto quarant'anni fa, cioè stamattina, ricorda benissimo la quantità e la qualità degli interpreti, nonostante il proliferare dei dischi, all'epoca veicoli primari di divulgazione musicale.

Chiaramente, qualcosa si è definitivamente alterato nel meccanismo di questa particolare arte interpretativa. Il mondo dell'entertainment ha assimilato e involgarito ogni cosa, sottraendo quella parte trascendentale che il mondo musicale richiederebbe, ad iniziare da una superiorità di intenti unita ad una consapevolezza del ruolo, divenuto ormai troppo spesso ordinario e marginale. La nascita di molte compagini dedite all'esecuzione senza direttore, è forse una delle prime risposte autorevoli, seppur parziali, ad una consuetudine esecutiva priva di significato. Un modo serio anche per sottrarre quel desiderio e quella necessità di affermazione sociale tipica del direttore d'orchestra e rara negli esecutori o nei cantanti, troppo impegnati a conservare la loro abilità tecnica e interpretativa. Il dramma del direttore è la continua attenzione visiva che richiede e accentra su di sé, da parte dell'orchestra e da parte del pubblico. La prima, soltanto in minima parte può contribuire al successo o all'insuccesso di un direttore, per il semplice fatto che non riuscirà mai ad andare contro la propria natura e suonare male, anche in presenza del peggior somaro anti musicale. Basta parlare con qualsiasi esecutore e vi confermerà ciò. Al massimo vi dirà che Tizio o Cajo son dei raccomandati e che se non dirigono lì le sovvenzioni per l'orchestra o il teatro non arrivano.

Il pubblico invece, proprio per la sua natura inconsapevole e per la non conoscenza della cosa musicale, essendo facilmente influenzabile da avvenimenti estranei potrà essere giudice esclusivo e decretare ascesa o discesa di un musicista, anche eccellente. Da esso scaturisce il complesso di condizioni affannosamente inseguite da molti direttori d'orchestra, che non essendo in possesso di sufficiente struttura interiore, alta motivazione e conoscenza, necessitano di quell'aura particolare per poter sopravvivere in una condizione di difficile valutazione e considerazione. Nei limiti di una semplice verifica delle attitudini e della preparazione musicale, in pochi sopravvivrebbero. Un normale strumentista non ne ha davvero bisogno, perché sa che se suona bene è già salvo. È perfettamente conscio che per valutarlo non è necessario guardarlo, bensì è sufficiente ascoltarlo.

sabato 21 luglio 2018

Il curriculum. Un'ossessione.



 

"Pianista, docente al conservatorio di Mosca."
Ecco quanto si poteva leggere sui programmi di sala in occasione di un concerto del grande pianista russo Emil Gilels.

Mi è capitato più volte di leggere le biografie di molti musicisti poste in calce ai programmi di sala, molto più lunghe delle righe di presentazione del concerto stesso e che avrebbero richiesto una maggior chiarezza. Questo vezzo di citare tutto, dal concerto di fronte agli zii all'età di cinque anni, al concerto per la festa di Santa Reparata, alla partecipazione per la commemorazione di Garibaldi, fino all'agognato trampolino di lancio che spesso rimane tale, è tipico di un atteggiamento molto provinciale e caratteristica comune di chi è abituato, spesso per educazione ricevuta, ad anteporre l'apparenza alla sostanza. In genere sono i più giovani a cadere nella trappola, un po' per l'inesperienza della giovane età e un po' per ingenua presunzione, ma questa abitudine non è estranea nemmeno a chi da tempo è in carriera e da tempo già molto conosciuto.
Una delle particolarità un po' infelici di molti giovani artisti è quella di seguire ciecamente le consuetudini di comodo. Se hanno studiato con un grande musicista, ma sconosciuto ai più, costui non verrà mai citato nella propria biografia. Saranno però citate tutte le masterclass seguite con Tiziovsky, Caioff e Semproneiev, dove in genere si suona, canta o dirige per pochi minuti e  delle quali in genere rimane ben poco, se non la possibilità di allungare a dismisura il proprio curriculum. Col passare degli anni, tutto ciò che è riferito alla propria formazione scomparirà dalla biografia e soltanto chi fra il pubblico avrà avuto la possibilità di seguire il giovane sin dagli esordi potrà conoscere il suo vero background. Per tutti gli altri c'è Wikipedia...


Durante l'intervallo di un comune concerto al quale partecipava come solista, il grande pianista Paolo Bordoni mi raccontò che una volta il suo agente francese gli chiese di scrivere la propria biografia ed egli si premurò di citare per primo il nome di una delle sue  insegnanti. Alla vista di quel nome l'agente gli disse che non era conosciuta e quindi che poteva ometterne il nome. Bordoni, signore umile e generoso, si rifiutò dicendo che a lei doveva tutto e che lui  avrebbe potuto eliminare quasiasi cosa citata ma non il nome della persona alla quale doveva tutto, umanamente e musicalmente.
Insomma, la classe non è acqua.

giovedì 19 luglio 2018

Ricordo di Franco Ferrara





Conobbi il Maestro Franco Ferrara nel 1981 quando ebbi la fortuna di superare l'esame d'ammissione e poter seguire il corso estivo da lui tenuto all'Accademia Musicale Chigiana. Già anni prima avrei voluto partecipare, ma per diverse ragioni mi fu impossibile, per cui sotto certi aspetti l'arrivare un po' tardi ma sicuramente più maturo, mi permise di comprendere meglio il grande personaggio col quale ebbi poi a condividere un mese intensissimo.
Che dire del Maestro: ne avevo sentito parlare da alcuni miei giovani colleghi già anni prima, ma soltanto quando ebbi occasione di incontrarlo mi resi conto della sua grandezza.
Il primo impatto fu quello di trovarmi di fronte ad un uomo buono, molto buono, con quella speciale caratteristica delle persone che quando incontri per la prima volta ti mettono a loro agio. Sicuramente fra noi due ci fu un'immediata intesa di tipo affettivo. Probabilmente di me aveva subito intuito che ero lì esclusivamente per desiderio di conoscenza musicale e nient'altro. Sapeva dei miei solidi studi musicali di Composizione con Bruno Bettinelli e di Direzione d'Orchestra con Mario Gusella, per cui questo già probabilmente lo rassicurò circa le mie pure intenzioni.
Di quel periodo intenso e di alcuni periodi successivi in cui ebbi  occasione di incontrarlo presso la sua residenza romana, rimane scolpito in me il ricordo di un uomo sempre premuroso, perennemente agitato a causa  delle varie sfortune capitategli in vita,  non ultimo il grave ictus che lo colpì qualche anno prima.  Nonostante ciò, la sua ferrea volontà e il grande amore e rispetto per la Musica aveva fatto sì che egli superasse le disavventure soltanto grazie all'immersione continua nella Musica stessa, anche quando non insegnava. Ricordo un avvenimento molto particolare.  In occasione del Corso estivo a Siena venne organizzato un consueto rinfresco presso una villa del luogo,  dove c'era un grande giardino. Alcuni studenti si misero intorno al pianoforte per suonare e canticchiare un po' malamente alcune arie di Rigoletto. Ad un certo momento il Maestro si avvicinò al gruppo iniziando a dirigere. Ebbene, quel gruppo di ubriachi divenne nel giro di pochi secondi una delle migliori compagini. Per lui la Musica era assoluta e in qualsiasi occasione diventava sempre grandissima. Infatti riusciva a trasformare qualsiasi gruppo strumentale "normale" in uno eccellente.  Aveva quel potere impossibile da descrivere che gli permetteva con uno sguardo o una parola di agire nella mente e nel corpo di chi gli stava di fronte. Gli aneddoti sulla sua persona sono infiniti e purtroppo, quando si parla di lui, ed io regolarmente lo faccio con i miei allievi,  si spera soltanto che gli altri credano ciecamente a ciò che noi raccontiamo.  Ricordo che un giorno si rivolse ai tromboni perché non eseguivano correttamente alcune dinamiche. Disse soltanto col suo inconfondibile accento palermitano: "Tchrombooni!". E improvvisamente, quei tre normali trombonisti si trasformarono immediatamente nei migliori esecutori del mondo.


Per quanto mi riguarda, come esperienza di studente, posso soltanto dire che il Maestro riuscì farmi comprendere il vero stile beethoveniano nel giro di cinque secondi.  Un pomeriggio mi chiese di dirigere l'ouverture Coriolano da capo a fondo. Ne avevo già diretto già una parte all'esame d'ammissione assieme ai Notturni di Debussy e alla sinfonia incompiuta di Schubert. Diressi il brano da capo a fondo come richiestomi, scesi dal podio e lui non mi disse nulla. Passandogli a fianco per sedermi in una poltrona del teatro, afferrandomi per un braccio mi fermò  dicendomi: "bravo, bravo, domani la rifacciamo."
Tutto soddisfatto mi sedetti per ascoltare gli altri miei compagni di corso.  Il giorno dopo iniziai il brano e dopo poche battute avvertii tremare tutto il pavimento del palco.  Il Maestro stava salendo le scalette  agitatissimo e facendosi varco fra le file dei violoncelli saltò sul podio afferrandomi per un braccio. "Fermati fermati! Po po po, po po po! Come Karajan la fa! Come Karajan!".  Immediatamente compresi lo spirito che pretendeva io infondessi alla composizione. Lui era  il depositario dell'arte direttoriale Toscaniniana e pretendeva che Beethoven venisse eseguito asciutto, granitico, potente e mai ridondante.  In questo senso il suono che lui aveva avvertito dalla mia esecuzione era lontano anni luce dalla sua poetica. Ebbene, quelle poche parole e quella sua bonaria sfuriata mi fecero comprendere immediatamente la strada che avrei dovuto percorrere in futuro. Devo poi averla diretta secondo il suo gradimento perché me la fece eseguire al concerto finale,  ovviamente con mia grande soddisfazione. A quell'epoca avevo 25 anni e sinceramente, pensandoci bene adesso, da lui sarei forse dovuto andare in età più matura,  che so forse intorno ai quarant'anni.  Purtroppo ciò non fu possibile come non fu possibile frequentarlo più a lungo a causa della sua inaspettata scomparsa. Dico questo perché la conoscenza delle ragioni della Musica da lui pretesa era ovviamente un requisito pressoché impossibile da possedere totalmente a quell'età. Nonostante tutto, lui agì sempre come se di fronte avesse esclusivamente altri ferrati musicisti e non semplici allievi.
Che dire: a volte, penso che l'incontro col Maestro Ferrara, seppur breve, sia valso più di tutti gli anni trascorsi in conservatorio. A lui devo moltissimo, umanamente e musicalmente. Soprattutto gli devo qualcosa che tuttora non sono in grado di definire perfettamente, ma che da quel giorno mi appartiene in modo indissolubile.