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giovedì 26 gennaio 2017

Musicisti digitali crescono


Sono convinto che nessun musicista, agli inizi della gloriosa era della riproduzione fonocinemeccanica, avrebbe potuto prevedere il fatale declino espressivo dell'esecuzione dal vivo, nonostante il suo incredibile sviluppo tecnico. Da più di un secolo, generazioni di musicisti si sono formate e continuano a formarsi grazie alle indicazioni tramandate verbalmente dai propri insegnanti, dalla frequentazione personale di grandi musicisti e dall'ascolto dal vivo. Da qualche decennio, la pratica dell'ascolto casalingo, una volta riservato a chi poteva permetterselo economicamente, si è allargata pressoché a tutta la popolazione di amatori e musicisti. A titolo di cronaca, 5.000 Lire nel 1970 equivarrebbero oggi a circa 45 €. Era il costo di uno dei miei tre primi LP della Deutsche Grammophon Gesellschaft, ricevuti in regalo per Natale e custoditi per molti anni come sacre reliquie.


L'accesso economico ad un ascolto di qualità, con la possibilità di riscoprire amati artisti e al contempo nuovi modelli interpretativi, ha modificato radicalmente la sensibilità del pubblico e dei musicisti. Il primo, condizionato dall'ascolto preventivo di un cantante, di un solista o di un'orchestra, ha iniziato a frequentare le sale da concerto con l'aspettativa di ritrovare il medesimo modello di perfezione musicale ascoltato a casa, dimenticando che di sovente era il frutto di ripetute e affinate sessioni di registrazione tese a produrre una perfezione del prodotto, anche se talvolta decisamente artificiale.
Molti musicisti, anche loro non immuni dal fascino del perfezionamento, grazie alla possibilità di potersi riascoltare quasi in tempo reale, in periodi più recenti, per merito dei nuovissimi prodotti di registrazione portatili, hanno iniziato a perseguire prioritariamente un solo e gelido scopo: la pulizia dell'esecuzione. Prova in sala da concerto al mattino col pomeriggio impegnato a riascoltarsi, chiusi in una stanza d'albergo, per scoprire che la notina era venuta un po' stonata o la tal scaletta un po' sporca. Per non parlare del dramma psicologico notturno: "e domani come sarà?".
Il passaggio dall'era della registrazione sonora analogica a quella digitale, ha poi prodotto disastri di tipo estetico forse un tempo inimmaginabili. Se pensiamo che molte registrazioni di una sinfonia sono state realizzate col posizionamento di cinquanta microfoni, praticamente un'autopsia sonora, e magari l'aggiunta di una riverberazione artificiale a causa della secchezza della sala di registrazione, possiamo immaginare già il risultato artificioso dell'operazione. E così, le ultime generazioni di musicisti, soprattutto quelle più fresche di studi, sono in questo modo vittime di un ascolto viziato in partenza. In parte a causa di quanto sopraddetto e in parte a causa dei mezzi impiegati. La regola è ormai quella di due cuffiette posizionate sull'orecchio e il collegamento a Spotify o Youtube. Se già l'ascolto su un discreto impianto Hi Fi è artificiale, in quanto impossibilitato a ricreare il "sound" di una sala da concerto, figuriamoci il suono di due tappi infilati nelle orecchie. Pressione sonora senza spazio di riverberazione, praticamente una martellata nelle orecchie. E di quest'ascolto, sempre che non  sia fatto per un esclusivo piacere edonistico,  spesso rimane soltanto il gelido anelito verso quella pulizia meccanica che con l'esecuzione musicale ha davvero poco a che fare. L'esecuzione dal vivo sortisce spesso risultati non desiderati o accadimenti non previsti. Il bello dell'esecuzione è che dovrebbe mantenere quel "quid" di sorpresa che non ha a che fare per necessità col funambolismo esecutivo, ma con lo stato d'animo dell'esecutore, uomo fallibile e non macchina perfetta. E questo riguarda tutti: solisti, orchestre e direttoti d'orchestra.



Ovviamente, si tratta molto di come si è stati educati esteticamente. Quest'educazione inizia presto, già dai primi sporadici ascolti, per proseguire col primo fondamentale insegnante e fino alla propria realizzazione in campo musicale. Il patrimonio di interpretazioni oggi a disposizione, soprattutto quello pre-DDD, è immenso e già da solo può costituire un vitale supporto educativo. È però triste constatare che sono pochissimi i docenti che sollecitano un ascolto attivo e metodico, che necessita inevitabilmente di tempo, costanza e soprattutto SILENZIO. Un silenzio prima di tutto interiore, teso alla scoperta di un mondo del quale si è già figli sin da quando si è iniziato il proprio percorso musicale e del quale non si può fare a meno. Invece, oggi è normale uscire da un Conservatorio di Musica avendo suonato sì e no un paio di concerti di Beethoven, senza però aver mai ascoltato una pasticciata ma grande esecuzione di Schnabel, una prorompente e vitale di Rubinstein o una personale e soggettiva di Cortot.
Ah, già... ci sono altri modelli più recenti...