La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere
(Plutarco)
Il percorso di apprendimento della musica e di uno strumento è molto più che l'acquisizione di abilità tecniche o la fedele riproduzione di spartiti. È, nella sua essenza, un microcosmo dello sviluppo umano, un percorso lungo il quale le facoltà del pensiero, della percezione e della volontà sono man mano raffinate e armonizzate. Comprendere lo studio come un processo di profonda coltivazione umana significa risvegliare lo scopo sacro della musica stessa: non come intrattenimento, non come sfida sociale, ma come ponte tra ciò che è terreno e ciò che è senza tempo.
Nei primi anni di vita, gli esseri umani imparano prima attraverso l'imitazione, poi attraverso il rispetto e la fiducia nella guida, e solo in seguito attraverso lo sviluppo di un giudizio indipendente. Allo stesso modo, un giovane musicista inizia imitando il suono, il gesto e il carattere. Man mano che lo sviluppo progredisce, il musicista cerca la direzione di un'autorità di fiducia, che sia un insegnante, una tradizione o la voce del compositore stesso. Giunto alla maturità, avrà la responsabilità dell’interpretazione, momento specialissimo dove le decisioni non nascono più dall'ego ma dalla convinzione interiore allineata con la verità della musica.
Questo ritmo triplice (imitazione, riverenza, autonomia) rispecchia l'arco di ogni effettiva crescita artistica e personale. Gli strati più profondi di comprensione e sfumatura saranno perduti se un musicista interromperà questa evoluzione naturale insistendo prematuramente sull’espressione autonoma. Una frase non è veramente "posseduta" a meno che non abbia attraversato queste fasi di assorbimento, trasformazione e sintesi.
L'atto di suonare o dirigere l’orchestra coinvolge l'intero essere umano. Pensiero, sentimento e volontà non sono categorie astratte: si manifestano vividamente in ogni momento di impegno musicale. Il pensiero vive nella struttura: forma, fraseggio, modulazione, contrappunto. Il sentimento respira nel tono, nell'equilibrio, nel contrasto dinamico e nel silenzio. La volontà appare nel gesto, nell'attacco, nella coordinazione fisica e nel ritmo. La vera arte risiede nella loro integrazione. L'eccessiva enfasi sul pensiero crea esecuzioni cerebrali, senza vita e di sovente sconnesse. L'emotività eccessiva, staccata dalla struttura, porta al sentimentalismo. La volontà grezza, non plasmata dal pensiero e non animata dal sentimento, si esprime in un'esibizione meccanica. Solo la loro armonia apre la porta alla viva interpretazione.
Il mondo attuale tende a sopravvalutare la cognizione a spese delle altre due forze. L'analisi tecnica è elogiata, le competizioni premiano l'accuratezza e la chiarezza e ai giovani è spesso insegnato a pensare più che a percepire e sviluppare emozioni corrette. Tuttavia, nell'atto vivente della musica, il pensiero è l'elemento più fragile, perché non agisce da solo. Deve essere infuso di sentimento per radicarsi ed espresso attraverso la volontà per prendere forma. Per questo motivo è importante e necessario, direi vitale, esercitarsi non solo sulle note scritte in partitura, ma anche sulla coltivazione dell'immaginazione e sulla liberazione della volontà.
L'immaginazione non è fantasia. È la facoltà attraverso cui l'artista percepisce la possibilità. Inizia con il potere di immaginare interiormente come potrebbe suonare la musica prima di essere suonata. L'immaginazione è la fonte invisibile del suono, dell’intensità, dell’umore e dell’atmosfera. Attinge a realtà future, non solo ad esperienze passate. Esercitare l'immaginazione significa sedersi di fronte alla partitura come esecutori di istruzioni e scultori di suoni viventi. Non ci si deve chiedere: "Come suonerei correttamente questa nota?", ma piuttosto: "Quale suono desidererei ardentemente far nascere qui?"
La volontà, nella sua forma pura, è silenziosa e duratura. Non è testardaggine o spinta di energia, ma la determinazione invisibile che torna al banco, sempre più, per ascoltare, affinare e costruire. Ogni gesto autentico nel suonare o dirigere l’orchestra è un atto morale, un'incarnazione della chiarezza interiore. Se un gesto nasce dalla fretta o da uno sforzo disconnesso, il suo carattere mancherà di integrità, ma porterà verità soltanto se nato dalla volontà, quindi guidato dall'ascolto interiore e plasmato dalla chiarezza dell'immaginazione.
La pratica e l’esibizione continua, non è una ripetizione fine a se stessa. Non è l'accumulo di ore, ma l'allineamento consapevole del nostro corpo, della nostra anima e del nostro spirito per potere ottenere una visione sana. Ogni momento è un'opportunità per sintonizzare se stessi e per ricalibrare l’equilibrio, il ritmo e la quiete interiore. Ciò significa non solo evitare errori, ma coltivare il giusto stato profondo. Si può eseguire una singola frase musicale cento volte, ma non si otterrà nulla di significativo se lo spirito sarà assente. Se si studia con riverenza e concentrazione anche una volta, si mette in moto qualcosa che continuerà a lavorare interiormente oltre il momento e resterà negli anni a venire.
La respirazione è fondamentale. Nel corpo umano, il respiro è il ponte tra il sistema nervoso e il sangue, il ponte tra la coscienza e la volontà, tra la riflessione e l'azione. Anche la musica è fatta di respiro. Fraseggio, tempismo, articolazione e ritmo sono tutte espressioni del respiro interiore ed espiratorio. Se si trattiene il respiro, la musica diventa rigida. Se si ignora il respiro, la vita della frase crolla. Respirare musicalmente significa collegare la pulsazione del brano con quella personale e oltre a ciò, con il grande ritmo della vita stessa.
Inoltre, il riposo e il sonno regolare svolgono un ruolo nascosto ma vitale nel processo artistico. Quando il corpo dorme, la mente cosciente abbandona la sua presa e iniziano processi più profondi. La comprensione musicale spesso nasce non durante la pratica ma nel silenzio, durante il sonno, i sogni, le passeggiate e i momenti di quiete. Proprio come un bambino deve crescere attraverso l'istruzione, il riposo e l'integrazione, l'intuizione musicale deve essere lasciata emergere piuttosto che forzata.
Il compito dell'artista non è impressionare o dominare, ma servire. Questo servizio non è servitù, ma devozione. Quando serve la musica, il musicista diventa più umano e più sveglio. L'ego non si dissolve nella passività, ma nella riverenza attiva. Non ci si "esprime", ma si permette alla musica di passare attraverso se stessi, purificata e chiarita. Questa non è umiltà come debolezza, ma come forza: la forza di ascoltare, aspettare e agire con precisione e libertà interiore.
In definitiva, l'arte musicale non è separata dall'arte di vivere. Le stesse forze ci plasmano: gli stessi ritmi che guidano il fraseggio guidano le nostre relazioni. Lo stesso respiro che anima un passaggio anima il cuore. Un musicista che suona davvero è un essere umano che si forma di nuovo ogni giorno. Questa è l'essenza dello studio della musica: non la padronanza di uno strumento o, nel caso del direttore d’orchestra di una gestualità raffinata, ma la perfezione e l’equilibrio del mondo interiore. Tutto, allora, vivrà.