Per molti, la storia comincia con la Rivoluzione francese, con l’Illuminismo, con l’idea che da quel momento l’umanità abbia finalmente imboccato la strada della ragione e del progresso. Tutto ciò che viene prima appare spesso come un lungo prologo oscuro: superstizione, arbitrio, immobilità. È una narrazione comoda, lineare, rassicurante. Ma è anche una semplificazione che rischia di farci perdere il senso profondo della storia stessa.
La storia, in realtà, è la medesima da secoli. Cambiano i linguaggi, le tecnologie, le giustificazioni morali e filosofiche, ma gli esseri umani restano sorprendentemente coerenti nei loro scopi. Il potere cerca di consolidarsi, le élite di preservarsi, le masse di sopravvivere e, quando possibile, di migliorare la propria condizione. Gli ideali che di volta in volta vengono proclamati – Dio, la Ragione, la Nazione, il Progresso, il Mercato – sono spesso strumenti diversi per raccontare la stessa dinamica.
L’Illuminismo ha certamente rappresentato una svolta importante sul piano culturale: ha messo in discussione l’autorità assoluta, ha valorizzato il pensiero critico, ha aperto spazi di libertà prima impensabili. Ma considerarlo una frattura totale con il passato è ingenuo. Anche prima c’erano lotte per il potere mascherate da dispute teologiche; anche dopo ci sono state imposizioni dogmatiche travestite da razionalità. La ghigliottina non è meno simbolica del rogo: cambia il nome della giustizia che la giustifica, non la logica che la muove.
Ogni epoca tende a raccontarsi come “nuova”, come finalmente consapevole rispetto all’oscurità di ciò che l’ha preceduta. È un meccanismo di autoassoluzione. Pensare di essere diversi, migliori, più evoluti ci consente di non guardare troppo da vicino le nostre contraddizioni. Eppure, se osserviamo con attenzione, vediamo che i risultati sono spesso gli stessi: concentrazione del potere, disuguaglianze persistenti, conflitti ciclici, speranze tradite. Le rivoluzioni promettono liberazione e producono nuovi assetti di controllo; le riforme parlano di uguaglianza e generano nuove gerarchie.
Questo non significa negare il cambiamento o cadere in un cinismo sterile. Significa, piuttosto, riconoscere che il vero filo rosso della storia non è il progresso lineare, ma la ripetizione di schemi umani fondamentali. La paura, l’ambizione, il bisogno di senso, il desiderio di sicurezza: sono questi i motori che attraversano i secoli. Le strutture mutano perché mutano le condizioni materiali, ma la grammatica profonda del comportamento umano resta sorprendentemente stabile.
Dimenticare questa continuità è pericoloso. Ci rende vulnerabili alla propaganda del “mai più” e del “questa volta è diverso”. Ogni potere ama presentarsi come razionale, inevitabile, persino benefico. Ogni epoca ha i suoi illuminati e i suoi fanatici, spesso incarnati dalle stesse persone. Quando perdiamo la memoria lunga della storia, smettiamo di riconoscere i segnali ricorrenti: la riduzione della complessità a slogan, la demonizzazione del dissenso, l’uso della paura come collante sociale.
Forse il compito più onesto non è celebrare un punto di partenza – la Rivoluzione francese o qualsiasi altro evento simbolico – ma accettare che la storia non ricomincia mai davvero. Prosegue, si traveste, cambia maschera. Capirlo non ci condanna alla rassegnazione; al contrario, ci offre uno sguardo più lucido. Solo chi riconosce i cicli può provare, con fatica e senza illusioni, a spezzarli.










