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martedì 20 gennaio 2026

Donald Trump e l’archetipo del condottiero: continuità storiche in un’epoca che si crede post-storica

 

È facile, soprattutto nel dibattito mediatico contemporaneo, liquidare Donald Trump come una figura grottesca: pazzo, narcisista, megalomane, mitomane. Etichette che rassicurano, perché trasformano un fenomeno complesso in una patologia individuale. Questa lettura rischia però di essere superficiale. In realtà, Trump incarna in forma moderna i tratti che hanno caratterizzato da sempre i grandi protagonisti della storia: i condottieri, i fondatori, gli uomini di potere capaci di imporsi in momenti di transizione.

Da Giulio Cesare ad Augusto, da Alessandro Magno ad Annibale, fino a Napoleone, la storia non è stata guidata da figure equilibrate, consensuali o “normali”. Al contrario, è stata spesso dominata da personalità eccezionali, radicali, spregiudicate, dotate di una forte percezione del proprio destino e di una volontà di potenza fuori dal comune. Questi uomini non erano semplicemente strateghi militari: erano costruttori di narrazioni, manipolatori di simboli, demolitori di ordini precedenti. In questo senso, Trump si inserisce in una lunga genealogia.

Il condottiero non è mai stato un amministratore del già dato. È colui che rompe, polarizza, costringe a scegliere. Cesare attraversa il Rubicone, Napoleone incorona se stesso, Alessandro non si accontenta di governare la Macedonia. Allo stesso modo Trump non si è limitato a occupare una carica, ma ha messo in crisi linguaggi, istituzioni, equilibri, trattando la politica come uno scontro diretto di volontà, interessi, identità. La sua rozzezza non è un incidente: è parte dello stile del capo carismatico che parla “contro” qualcuno e “per” qualcuno, mai “per tutti”.

Il mondo occidentale contemporaneo aveva coltivato l’illusione di essere entrato in una fase post-storica, ovvero la fine delle grandi ideologie, la fine dei conflitti duri e la fine degli uomini forti. Un’epoca di tecnocrazia, procedure, benessere diffuso e linguaggi anestetizzati. In questo contesto, Trump appare come un’anomalia. Ma forse non è lui l’anomalia: è l’Occidente ad aver dimenticato che la politica, nei momenti di crisi, torna quasi sempre a essere lotta nuda per il potere, per le risorse, per il racconto del futuro.

Il “malessere intellettuale” di cui parlo si manifesta proprio qui: nella difficoltà a riconoscere i meccanismi perenni della storia. Ci si scandalizza del leader carismatico come se fosse un errore del sistema, invece di leggerlo come un sintomo. Le società che producono figure come Trump sono società attraversate da paure, fratture, declini percepiti. I grandi condottieri non nascono nel vuoto: emergono quando un ordine non convince più, quando la promessa di stabilità non basta, quando la forza torna ad apparire più credibile della mediazione.

Naturalmente, riconoscere queste continuità non significa giustificare. Cesare porta alla fine della repubblica, Napoleone a milioni di morti. Il condottiero è una figura ambigua: creatore e distruttore, catalizzatore di energie e seminatore di instabilità. Trump, come i suoi predecessori storici, non va letto in chiave morale prima che storica. È il prodotto di un’epoca che non crede più alle élite tradizionali, che diffida delle istituzioni e cerca nel capo visibile una risposta emotiva prima che razionale.

In definitiva, più che domandarci se Trump sia “pazzo”, sarebbe più utile chiederci perché un sistema che si pensava maturo, razionale e vaccinato contro certi fenomeni abbia sentito il bisogno di un leader di questo tipo. La storia non procede in linea retta verso il progresso; procede per ritorni, fratture, archetipi che riemergono. Il condottiero è uno di questi. E ignorarlo, o ridurlo a caricatura, è uno dei modi migliori per non capirlo e per ritrovarselo ancora davanti.

domenica 18 gennaio 2026

Gesto e gesto

L’intenzione, da sola, resta invisibile. È un moto interno, puro ma incompiuto. Diventa nobile solo quando accetta di incarnarsi, di esporsi nel gesto, cioè nel rischio dell’azione. Il gesto è ciò che mette l’intenzione alla prova: può tradirla, impoverirla, oppure elevarla. Quando il gesto è coerente, preciso, responsabile, allora l’intenzione smette di essere desiderio e diventa valore.

Ma il gesto, a sua volta, non è sovrano. Non è mai fine a se stesso. Se si irrigidisce, se si ripete senza ascolto, diventa meccanico, vuoto, perfino violento. Per questo “si inchina” alla mobilità dell’intenzione: riconosce che la sorgente è viva, mutevole, sensibile al contesto. L’intenzione autentica non è un’idea fissa, è un orientamento che si adatta, che cresce, che corregge se stesso. Il gesto, per restare giusto, deve rimanere umile, disponibile a cambiare forma.

Da qui nasce una tensione feconda: l’intenzione ha bisogno del gesto per non dissolversi; il gesto ha bisogno dell’intenzione per non diventare cieco. La nobiltà non sta né nell’una né nell’altro, ma nel loro dialogo continuo. Dove l’intenzione si fa carne senza irrigidirsi e il gesto prende forma senza perdere anima.

Lo stesso vale per il gesto musicale. Basta esserne consapevoli.




venerdì 9 gennaio 2026

Sul senso del dirigere in un’epoca che rifiuta il comando

Ho attraversato più di mezzo secolo di vita musicale, prima come direttore d’orchestra, poi come docente di direzione. Ho conosciuto teatri in cui il silenzio prima dell’attacco aveva un peso quasi sacrale, orchestre che respiravano come un solo corpo, allievi che cercavano nel gesto del maestro non un’autorizzazione, ma un orientamento. Oggi mi trovo invece davanti a una proliferazione di direttori, di “capi”, di figure formalmente investite di un ruolo che il mondo, paradossalmente, non riconosce più. Mai come ora si è assistito a una tale inflazione di bacchette; mai come ora l’idea stessa di comando è stata guardata con tanto sospetto. Il problema non è il numero. È il senso.

Il direttore d’orchestra nasce storicamente come necessità: quando la complessità del linguaggio musicale supera la possibilità dell’autogestione, emerge una figura che unifica, chiarisce, plasma. Non per dominare, ma per rendere possibile. Il suo compito non è produrre suono, ma dare forma al suono degli altri; non è essere protagonista, ma rendere coerente una molteplicità. In questo sta la sua vera autorità: non nel potere, ma nella responsabilità Oggi, invece, si assiste a un curioso slittamento. Si moltiplicano i direttori in un contesto culturale che rifiuta ogni forma di verticalità. Si esalta l’orizzontalità, la spontaneità, la presunta autosufficienza dei gruppi. Il comando viene confuso con l’abuso, l’autorevolezza con l’arroganza, la disciplina con l’oppressione. In questo clima, il direttore sopravvive spesso solo come figura funzionale: colui che “tiene insieme”, che garantisce gli attacchi, che gestisce le prove, che amministra l’ordinario. Una sorta di impiegato del tempo musicale. È questa che chiamo, senza compiacimento, l’ordinaria triste amministrazione musicale. Ma un’orchestra non ha bisogno di un amministratore, ha bisogno di un interprete.


Dirigere non è segnare il tempo, perché un metronomo lo fa meglio. Dirigere non è nemmeno correggere errori: anche un buon caposezione può farlo. Dirigere è assumersi il rischio di una visione. È leggere una partitura non come un insieme di istruzioni, ma come un pensiero da incarnare. È decidere cosa deve parlare, cosa deve tacere, dove si tende, dove si cede. È creare una gerarchia del senso prima ancora che del suono Questo è ciò che la vecchia scuola, tanto facilmente liquidata come autoritaria o superata, aveva compreso con chiarezza: senza una coscienza unificante, la musica sinfonica si riduce a coesistenza. Corretta, forse brillante, ma priva di necessità interna. Si suona insieme, ma non si va da nessuna parte.

Nel mio insegnamento ho sempre insistito su un punto che oggi appare quasi controcorrente: il gesto viene dopo. Prima c’è l’idea e prima ancora c’è l’ascolto. Un direttore che non sa ascoltare non è un direttore, è un segnalatore. L’autorità autentica nasce da qui: dalla capacità di percepire ciò che accade nell’orchestra meglio di quanto l’orchestra stessa riesca a percepirlo nel suo insieme. Non si impone, ma si rende evidente. Eppure, proprio mentre questa competenza si fa più rara, le istituzioni musicali sembrano produrre direttori come si producono titoli. Giovani formati rapidamente, spesso impeccabili sul piano tecnico, ma fragili sul piano interiore. Conoscono le battute, non il respiro. Conoscono le partiture, non la loro necessità. Sono pronti a salire su un podio, ma non a sostenere ciò che quel podio comporta: solitudine, responsabilità, esposizione e conflitto. Perché dirigere significa anche questo: accettare di essere il punto in cui le tensioni convergono: tra individuo e collettivo, tra libertà e forma, tra testo e presente. Un mondo che rifiuta il comando rifiuta, in realtà, questa assunzione di peso. Preferisce coordinatori, facilitatori, mediatori permanenti. Figure che non indicano una direzione, ma mantengono un equilibrio. L’equilibrio, però, non è un valore musicale. È una condizione preliminare. La musica vive di squilibri, di attrazioni, di cadute, di sospensioni. Quando tutto è equilibrato, nulla è necessario.

Il direttore serve esattamente a questo: a introdurre una necessità. A trasformare un’esecuzione corretta in un evento. A fare in modo che un’orchestra non solo suoni, ma dica qualcosa che non potrebbe dire senza una coscienza che la attraversi. In questo senso, il direttore non è un residuo del passato, ma una figura radicalmente moderna: l’ultimo luogo in cui si tenta ancora una sintesi, in un’epoca che conosce solo giustapposizioni. Se oggi appaiono “troppi direttori”, è perché pochi accettano davvero di esserlo. Molti amministrano e pochi guidano, molti occupano un ruolo e pochi incarnano una funzione.

Continuo a insegnare non per formare altri occupanti di podio, ma per trasmettere un’idea ormai fragile: che dirigere non è un mestiere come un altro, ma una forma di responsabilità intellettuale ed etica. Si può fare a meno del direttore solo in un mondo che rinuncia al senso. Finché la musica vorrà dire qualcosa che non sia riducibile alla somma delle parti, il direttore resterà necessario. Ma dovrà riconquistare ogni volta il diritto di esserlo. Non con l’autorità del ruolo, ma con la forza della visione.

lunedì 5 gennaio 2026

La storia, all'epoca di Trump, Putin e Xi

Per molti, la storia comincia con la Rivoluzione francese, con l’Illuminismo, con l’idea che da quel momento l’umanità abbia finalmente imboccato la strada della ragione e del progresso. Tutto ciò che viene prima appare spesso come un lungo prologo oscuro: superstizione, arbitrio, immobilità. È una narrazione comoda, lineare, rassicurante. Ma è anche una semplificazione che rischia di farci perdere il senso profondo della storia stessa.

La storia, in realtà, è la medesima da secoli. Cambiano i linguaggi, le tecnologie, le giustificazioni morali e filosofiche, ma gli esseri umani restano sorprendentemente coerenti nei loro scopi. Il potere cerca di consolidarsi, le élite di preservarsi, le masse di sopravvivere e, quando possibile, di migliorare la propria condizione. Gli ideali che di volta in volta vengono proclamati – Dio, la Ragione, la Nazione, il Progresso, il Mercato – sono spesso strumenti diversi per raccontare la stessa dinamica.

L’Illuminismo ha certamente rappresentato una svolta importante sul piano culturale: ha messo in discussione l’autorità assoluta, ha valorizzato il pensiero critico, ha aperto spazi di libertà prima impensabili. Ma considerarlo una frattura totale con il passato è ingenuo. Anche prima c’erano lotte per il potere mascherate da dispute teologiche; anche dopo ci sono state imposizioni dogmatiche travestite da razionalità. La ghigliottina non è meno simbolica del rogo: cambia il nome della giustizia che la giustifica, non la logica che la muove.

Ogni epoca tende a raccontarsi come “nuova”, come finalmente consapevole rispetto all’oscurità di ciò che l’ha preceduta. È un meccanismo di autoassoluzione. Pensare di essere diversi, migliori, più evoluti ci consente di non guardare troppo da vicino le nostre contraddizioni. Eppure, se osserviamo con attenzione, vediamo che i risultati sono spesso gli stessi: concentrazione del potere, disuguaglianze persistenti, conflitti ciclici, speranze tradite. Le rivoluzioni promettono liberazione e producono nuovi assetti di controllo; le riforme parlano di uguaglianza e generano nuove gerarchie.

Questo non significa negare il cambiamento o cadere in un cinismo sterile. Significa, piuttosto, riconoscere che il vero filo rosso della storia non è il progresso lineare, ma la ripetizione di schemi umani fondamentali. La paura, l’ambizione, il bisogno di senso, il desiderio di sicurezza: sono questi i motori che attraversano i secoli. Le strutture mutano perché mutano le condizioni materiali, ma la grammatica profonda del comportamento umano resta sorprendentemente stabile.

Dimenticare questa continuità è pericoloso. Ci rende vulnerabili alla propaganda del “mai più” e del “questa volta è diverso”. Ogni potere ama presentarsi come razionale, inevitabile, persino benefico. Ogni epoca ha i suoi illuminati e i suoi fanatici, spesso incarnati dalle stesse persone. Quando perdiamo la memoria lunga della storia, smettiamo di riconoscere i segnali ricorrenti: la riduzione della complessità a slogan, la demonizzazione del dissenso, l’uso della paura come collante sociale.

Forse il compito più onesto non è celebrare un punto di partenza – la Rivoluzione francese o qualsiasi altro evento simbolico – ma accettare che la storia non ricomincia mai davvero. Prosegue, si traveste, cambia maschera. Capirlo non ci condanna alla rassegnazione; al contrario, ci offre uno sguardo più lucido. Solo chi riconosce i cicli può provare, con fatica e senza illusioni, a spezzarli.

sabato 3 gennaio 2026

Fuoco e smartphone

Dopo la catastrofe di Crans-Montana, le immagini girate da adolescenti mentre le fiamme avanzavano hanno colpito più della distruzione stessa. Non tanto per ciò che mostravano, quanto per ciò che rivelavano: ragazzi immobili, telefoni alzati, sguardi catturati dallo spettacolo del pericolo. Non la fuga, non l’istinto di protezione, ma l’urgenza di “immortalare” il dramma. È qui che nasce una domanda scomoda, ma necessaria: come è possibile che davanti a una minaccia reale si rimanga imbambolati, trasformando il rischio in contenuto?

La risposta non è semplice e non può ridursi alla condanna morale dei giovani. Sarebbe troppo facile accusarli di superficialità o narcisismo. In realtà, il gesto di filmare anziché scappare, è il sintomo di un cambiamento più profondo nel nostro modo di percepire la realtà. Viviamo immersi in una cultura che media l’esperienza attraverso uno schermo: ciò che non è registrato sembra non essere pienamente vissuto, ciò che non è condiviso pare non esistere. Il telefono diventa una barriera protettiva, un filtro emotivo che crea distanza dal pericolo, come se osservare attraverso una lente rendesse la minaccia meno concreta.

C’è poi il fascino del dramma. L’essere umano è da sempre attratto dall’eccezionale, dal terribile, dal sublime. Ma un tempo il racconto avveniva dopo, a distanza di sicurezza; oggi il racconto coincide con l’evento stesso. Il rischio è che l’adrenalina dello “spettacolo” prenda il posto del giudizio, che l’emozione immediata zittisca la prudenza. Quando l’educazione al pericolo è carente, il corpo non riconosce più i segnali d’allarme, e la mente fatica a distinguere tra ciò che è osservabile e ciò che è imminente.

Qui emerge un nodo cruciale: l’educazione. Non solo quella scolastica, ma quella emotiva, civica, critica. Se un giovane non è educato a riconoscere il pericolo, così come a distinguere il vero dal falso, non è per colpa sua soltanto. È il risultato di una società che ha delegato troppo agli algoritmi e troppo poco alla formazione del giudizio. Abbiamo insegnato a usare strumenti potentissimi senza insegnare quando posarli. Abbiamo celebrato la visibilità più della responsabilità, l’istantaneità più della riflessione.

Il problema non riguarda solo la sicurezza fisica. Riguarda la capacità di valutare, di scegliere, di dire “questo mi supera, devo fermarmi”. Una società che non sa riconoscere il pericolo è una società vulnerabile alla manipolazione, alle fake news, alle semplificazioni estreme. Se tutto è spettacolo, anche la verità diventa una variante narrativa, e il pensiero critico un optional. L’ineducazione al rischio diventa ineducazione al reale.

Eppure, non tutto è perduto. Gli stessi strumenti che oggi favoriscono l’immobilità possono diventare veicoli di consapevolezza. Ma serve un cambio di rotta chiaro. Educare non significa proibire, bensì spiegare. Significa allenare lo sguardo a riconoscere i segnali, il tempo giusto per osservare e quello per agire. Significa restituire valore all’esperienza diretta, al corpo che sente, alla paura come alleata e non come nemica da ignorare.

Agli adulti spetta una responsabilità decisiva: essere modelli credibili. Non si può chiedere ai giovani di spegnere il telefono davanti al pericolo se gli adulti sono i primi a filmare tutto, a commentare tutto, a vivere per l’approvazione altrui. La coerenza educativa è forse la forma più alta di insegnamento.

La scena di Crans-Montana ci mette davanti a uno specchio. Non riflette solo i volti dei ragazzi, ma il nostro tempo. Un tempo che rischia di confondere la testimonianza con la partecipazione, la visione con la comprensione. Se vogliamo una società futura capace di valutare e riconoscere, dobbiamo ricominciare da qui: dall’educazione al limite, al pericolo, alla verità. Perché non tutto va filmato. Alcune cose vanno capite. E altre, semplicemente, evitate.