Dopo la catastrofe di Crans-Montana, le immagini girate da adolescenti mentre le fiamme avanzavano hanno colpito più della distruzione stessa. Non tanto per ciò che mostravano, quanto per ciò che rivelavano: ragazzi immobili, telefoni alzati, sguardi catturati dallo spettacolo del pericolo. Non la fuga, non l’istinto di protezione, ma l’urgenza di “immortalare” il dramma. È qui che nasce una domanda scomoda, ma necessaria: come è possibile che davanti a una minaccia reale si rimanga imbambolati, trasformando il rischio in contenuto?
La risposta non è semplice e non può ridursi alla condanna morale dei giovani. Sarebbe troppo facile accusarli di superficialità o narcisismo. In realtà, il gesto di filmare anziché scappare, è il sintomo di un cambiamento più profondo nel nostro modo di percepire la realtà. Viviamo immersi in una cultura che media l’esperienza attraverso uno schermo: ciò che non è registrato sembra non essere pienamente vissuto, ciò che non è condiviso pare non esistere. Il telefono diventa una barriera protettiva, un filtro emotivo che crea distanza dal pericolo, come se osservare attraverso una lente rendesse la minaccia meno concreta.
C’è poi il fascino del dramma. L’essere umano è da sempre attratto dall’eccezionale, dal terribile, dal sublime. Ma un tempo il racconto avveniva dopo, a distanza di sicurezza; oggi il racconto coincide con l’evento stesso. Il rischio è che l’adrenalina dello “spettacolo” prenda il posto del giudizio, che l’emozione immediata zittisca la prudenza. Quando l’educazione al pericolo è carente, il corpo non riconosce più i segnali d’allarme, e la mente fatica a distinguere tra ciò che è osservabile e ciò che è imminente.
Qui emerge un nodo cruciale: l’educazione. Non solo quella scolastica, ma quella emotiva, civica, critica. Se un giovane non è educato a riconoscere il pericolo, così come a distinguere il vero dal falso, non è per colpa sua soltanto. È il risultato di una società che ha delegato troppo agli algoritmi e troppo poco alla formazione del giudizio. Abbiamo insegnato a usare strumenti potentissimi senza insegnare quando posarli. Abbiamo celebrato la visibilità più della responsabilità, l’istantaneità più della riflessione.
Il problema non riguarda solo la sicurezza fisica. Riguarda la capacità di valutare, di scegliere, di dire “questo mi supera, devo fermarmi”. Una società che non sa riconoscere il pericolo è una società vulnerabile alla manipolazione, alle fake news, alle semplificazioni estreme. Se tutto è spettacolo, anche la verità diventa una variante narrativa, e il pensiero critico un optional. L’ineducazione al rischio diventa ineducazione al reale.
Eppure, non tutto è perduto. Gli stessi strumenti che oggi favoriscono l’immobilità possono diventare veicoli di consapevolezza. Ma serve un cambio di rotta chiaro. Educare non significa proibire, bensì spiegare. Significa allenare lo sguardo a riconoscere i segnali, il tempo giusto per osservare e quello per agire. Significa restituire valore all’esperienza diretta, al corpo che sente, alla paura come alleata e non come nemica da ignorare.
Agli adulti spetta una responsabilità decisiva: essere modelli credibili. Non si può chiedere ai giovani di spegnere il telefono davanti al pericolo se gli adulti sono i primi a filmare tutto, a commentare tutto, a vivere per l’approvazione altrui. La coerenza educativa è forse la forma più alta di insegnamento.
La scena di Crans-Montana ci mette davanti a uno specchio. Non riflette solo i volti dei ragazzi, ma il nostro tempo. Un tempo che rischia di confondere la testimonianza con la partecipazione, la visione con la comprensione. Se vogliamo una società futura capace di valutare e riconoscere, dobbiamo ricominciare da qui: dall’educazione al limite, al pericolo, alla verità. Perché non tutto va filmato. Alcune cose vanno capite. E altre, semplicemente, evitate.

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