Cerca nel blog

domenica 8 febbraio 2026

Il respiro degli oggetti

Sono nato nel 1955 e, da allora, ho vissuto gran parte della mia vita sospeso tra due mondi che sembrano opposti eppure inevitabilmente intrecciati: quello tangibile, fatto di carta, inchiostro, legno e oggetti che emanano una presenza quasi viva, e quello immateriale, fatto di bit, schermi e connessioni istantanee che rendono tutto immediatamente disponibile ma allo stesso tempo incredibilmente distante. Le partiture, i libri e i dischi che ho accumulato nel mio studio non sono mai stati semplici strumenti: ogni pagina sfogliata, ogni disco appoggiato sul giradischi, ogni rigo di spartito recava con sé un’eco di mani che avevano toccato, di occhi che avevano visto, di orecchi che avevano ascoltato prima di me, e questo li trasformava in presenze vive che parlavano senza parole.

I miei studenti entravano nel mio studio con occhi che brillavano di curiosità e spesso il loro primo gesto era quello di esplorare, di accarezzare le superfici, di sentire sotto le dita la storia racchiusa in quegli oggetti, perché per loro il possesso non era importante, ma lo era l’incontro, la possibilità di stabilire una connessione intima con qualcosa che portava dentro di sé il respiro del tempo e il silenzio denso di chi era passato prima di loro.

Oggi, invece, spesso varcano la soglia senza fermarsi davvero, osservano poco e chiedono ancora meno, come se il mondo digitale li avesse educati a credere che tutto possa essere avuto senza il peso del tocco, senza la lentezza necessaria a capire, sentire e meravigliarsi; e sebbene gran parte di ciò che io custodisco sia oggi disponibile online, gratuitamente e ovunque, nessuna immagine sullo schermo potrà mai restituire il calore della materia, il profumo del tempo, il silenzio che avvolge un libro antico o un disco leggermente graffiato.

Questa assenza di contatto fisico non riguarda soltanto gli oggetti, ma si estende inevitabilmente anche alle relazioni tra le persone, perché il tatto, che un tempo era ponte e linguaggio comune, sembra diventato superfluo, mentre sappiamo bene che non lo è: è essenziale per percepire l’altro, per sentire noi stessi, per condividere emozioni e costruire un senso di appartenenza che nessuna immagine digitale potrà mai sostituire.

Così continuo a custodire le mie partiture, i miei libri, i miei dischi come si custodisce una memoria fragile e preziosa, e ogni volta che qualcuno si ferma, sfiora un margine, ascolta un disco con attenzione, sento che quella meraviglia non è del tutto perduta, ma è soltanto silenziosa, in attesa di chi saprà ancora ascoltarla, toccarla e lasciarsi trasformare dal suo eco.

Nessun commento:

Posta un commento