L’intenzione, da sola, resta invisibile. È un moto interno, puro ma incompiuto. Diventa nobile solo quando accetta di incarnarsi, di esporsi nel gesto, cioè nel rischio dell’azione. Il gesto è ciò che mette l’intenzione alla prova: può tradirla, impoverirla, oppure elevarla. Quando il gesto è coerente, preciso, responsabile, allora l’intenzione smette di essere desiderio e diventa valore.
Ma il gesto, a sua volta, non è sovrano. Non è mai fine a se stesso. Se si irrigidisce, se si ripete senza ascolto, diventa meccanico, vuoto, perfino violento. Per questo “si inchina” alla mobilità dell’intenzione: riconosce che la sorgente è viva, mutevole, sensibile al contesto. L’intenzione autentica non è un’idea fissa, è un orientamento che si adatta, che cresce, che corregge se stesso. Il gesto, per restare giusto, deve rimanere umile, disponibile a cambiare forma.
Da qui nasce una tensione feconda: l’intenzione ha bisogno del gesto per non dissolversi; il gesto ha bisogno dell’intenzione per non diventare cieco. La nobiltà non sta né nell’una né nell’altro, ma nel loro dialogo continuo. Dove l’intenzione si fa carne senza irrigidirsi e il gesto prende forma senza perdere anima.
Lo stesso vale per il gesto musicale. Basta esserne consapevoli.


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