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venerdì 9 gennaio 2026

Sul senso del dirigere in un’epoca che rifiuta il comando

Ho attraversato più di mezzo secolo di vita musicale, prima come direttore d’orchestra, poi come docente di direzione. Ho conosciuto teatri in cui il silenzio prima dell’attacco aveva un peso quasi sacrale, orchestre che respiravano come un solo corpo, allievi che cercavano nel gesto del maestro non un’autorizzazione, ma un orientamento. Oggi mi trovo invece davanti a una proliferazione di direttori, di “capi”, di figure formalmente investite di un ruolo che il mondo, paradossalmente, non riconosce più. Mai come ora si è assistito a una tale inflazione di bacchette; mai come ora l’idea stessa di comando è stata guardata con tanto sospetto. Il problema non è il numero. È il senso.

Il direttore d’orchestra nasce storicamente come necessità: quando la complessità del linguaggio musicale supera la possibilità dell’autogestione, emerge una figura che unifica, chiarisce, plasma. Non per dominare, ma per rendere possibile. Il suo compito non è produrre suono, ma dare forma al suono degli altri; non è essere protagonista, ma rendere coerente una molteplicità. In questo sta la sua vera autorità: non nel potere, ma nella responsabilità Oggi, invece, si assiste a un curioso slittamento. Si moltiplicano i direttori in un contesto culturale che rifiuta ogni forma di verticalità. Si esalta l’orizzontalità, la spontaneità, la presunta autosufficienza dei gruppi. Il comando viene confuso con l’abuso, l’autorevolezza con l’arroganza, la disciplina con l’oppressione. In questo clima, il direttore sopravvive spesso solo come figura funzionale: colui che “tiene insieme”, che garantisce gli attacchi, che gestisce le prove, che amministra l’ordinario. Una sorta di impiegato del tempo musicale. È questa che chiamo, senza compiacimento, l’ordinaria triste amministrazione musicale. Ma un’orchestra non ha bisogno di un amministratore, ha bisogno di un interprete.


Dirigere non è segnare il tempo, perché un metronomo lo fa meglio. Dirigere non è nemmeno correggere errori: anche un buon caposezione può farlo. Dirigere è assumersi il rischio di una visione. È leggere una partitura non come un insieme di istruzioni, ma come un pensiero da incarnare. È decidere cosa deve parlare, cosa deve tacere, dove si tende, dove si cede. È creare una gerarchia del senso prima ancora che del suono Questo è ciò che la vecchia scuola, tanto facilmente liquidata come autoritaria o superata, aveva compreso con chiarezza: senza una coscienza unificante, la musica sinfonica si riduce a coesistenza. Corretta, forse brillante, ma priva di necessità interna. Si suona insieme, ma non si va da nessuna parte.

Nel mio insegnamento ho sempre insistito su un punto che oggi appare quasi controcorrente: il gesto viene dopo. Prima c’è l’idea e prima ancora c’è l’ascolto. Un direttore che non sa ascoltare non è un direttore, è un segnalatore. L’autorità autentica nasce da qui: dalla capacità di percepire ciò che accade nell’orchestra meglio di quanto l’orchestra stessa riesca a percepirlo nel suo insieme. Non si impone, ma si rende evidente. Eppure, proprio mentre questa competenza si fa più rara, le istituzioni musicali sembrano produrre direttori come si producono titoli. Giovani formati rapidamente, spesso impeccabili sul piano tecnico, ma fragili sul piano interiore. Conoscono le battute, non il respiro. Conoscono le partiture, non la loro necessità. Sono pronti a salire su un podio, ma non a sostenere ciò che quel podio comporta: solitudine, responsabilità, esposizione e conflitto. Perché dirigere significa anche questo: accettare di essere il punto in cui le tensioni convergono: tra individuo e collettivo, tra libertà e forma, tra testo e presente. Un mondo che rifiuta il comando rifiuta, in realtà, questa assunzione di peso. Preferisce coordinatori, facilitatori, mediatori permanenti. Figure che non indicano una direzione, ma mantengono un equilibrio. L’equilibrio, però, non è un valore musicale. È una condizione preliminare. La musica vive di squilibri, di attrazioni, di cadute, di sospensioni. Quando tutto è equilibrato, nulla è necessario.

Il direttore serve esattamente a questo: a introdurre una necessità. A trasformare un’esecuzione corretta in un evento. A fare in modo che un’orchestra non solo suoni, ma dica qualcosa che non potrebbe dire senza una coscienza che la attraversi. In questo senso, il direttore non è un residuo del passato, ma una figura radicalmente moderna: l’ultimo luogo in cui si tenta ancora una sintesi, in un’epoca che conosce solo giustapposizioni. Se oggi appaiono “troppi direttori”, è perché pochi accettano davvero di esserlo. Molti amministrano e pochi guidano, molti occupano un ruolo e pochi incarnano una funzione.

Continuo a insegnare non per formare altri occupanti di podio, ma per trasmettere un’idea ormai fragile: che dirigere non è un mestiere come un altro, ma una forma di responsabilità intellettuale ed etica. Si può fare a meno del direttore solo in un mondo che rinuncia al senso. Finché la musica vorrà dire qualcosa che non sia riducibile alla somma delle parti, il direttore resterà necessario. Ma dovrà riconquistare ogni volta il diritto di esserlo. Non con l’autorità del ruolo, ma con la forza della visione.

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