La metafora della “palude musicale” applicata alla musica colta contemporanea, incluso il mondo dell'esecuzione, evoca un paesaggio immobile, saturo, dove l’acqua non scorre e ogni movimento sembra attenuato da una densità invisibile. Non si tratta di una condanna definitiva, ma piuttosto della percezione diffusa che, in un contesto sovraccarico di produzioni e interpreti, le vere eccellenze fatichino a emergere. La questione non riguarda soltanto la quantità, bensì la qualità della ricezione: quando tutto appare formalmente corretto, diventa difficile distinguere ciò che è necessario da ciò che è semplicemente ben eseguito.
Negli ultimi decenni la formazione musicale ha raggiunto livelli di efficienza tecnica straordinari. I conservatori e le accademie producono strumentisti e compositori dotati di controllo impeccabile, precisione ritmica, intonazione irreprensibile. L’errore, un tempo rivelatore dei limiti umani e talvolta perfino generatore di interpretazioni irripetibili, è stato progressivamente espulso dall’orizzonte dell’ascolto. Questa conquista, tuttavia, porta con sé un paradosso: quando la perfezione diventa lo standard minimo, perde il suo potere discriminante. Se tutti sono tecnicamente ineccepibili, su quale base possiamo ancora parlare di grandezza? Il rischio è che l’efficienza si trasformi da mezzo a fine. L’interprete perfetto, capace di attraversare le partiture più impervie senza incrinature, può smarrire quella zona di vulnerabilità in cui prende forma la personalità artistica. Sensibilità, fantasia, empatia (qualità difficili da misurare e ancor più da insegnare) richiedono spazio, tempo e talvolta persino il coraggio di deviare dalla norma. Ma in un sistema competitivo e altamente standardizzato, la deviazione viene spesso percepita come un difetto piuttosto che come una promessa.
A questa dinamica si intreccia il mutamento del gusto del pubblico. L’ascoltatore medio, esposto a una fruizione musicale sempre più rapida e frammentata, tende a privilegiare la chiarezza immediata, la pulizia formale, la riconoscibilità. Non si tratta di una colpa individuale, ma dell’effetto di un ambiente culturale in cui la velocità prevale sulla sedimentazione. L’ascolto profondo è un’arte che richiede educazione e pazienza; senza di esse, la musica rischia di ridursi a superficie sonora, valutata con criteri analoghi a quelli di una prestazione atletica. Si crea così un circuito autoreferenziale: le istituzioni formano musicisti impeccabili perché il mercato li richiede, mentre il mercato continua a richiederli perché è ciò che ha imparato a riconoscere come valore. In questo contesto, le dimensioni più elusive, ovvero l'universalità del pensiero, la capacità di interrogare l’umano e la tensione poetica, diventano marginali non perché siano scomparse, ma perché risultano meno immediatamente percepibili Eppure la storia della musica insegna che le epoche di apparente stagnazione non coincidono necessariamente con una reale sterilità creativa. Spesso ciò che oggi appare indistinto diventa, a distanza di tempo, il terreno da cui emergono figure capaci di ridefinire i parametri stessi del giudizio. La “palude” può essere anche un incubatrice: un luogo in cui le correnti sotterranee preparano trasformazioni future.
Forse il nodo centrale non è l’abbassamento del gusto, quanto piuttosto la difficoltà contemporanea di costruire gerarchie condivise. Viviamo in un’epoca che diffida dei canoni e sospetta delle autorità critiche; questa democratizzazione ha ampliato l’accesso, ma ha anche reso più incerta la distinzione tra ciò che è destinato a durare e ciò che appartiene all’immediato. Il giudizio, privato di riferimenti stabili, si rifugia allora nell’unico terreno apparentemente oggettivo: la tecnica. Come uscire, dunque, da questa immobilità percepita? Una possibile via consiste nel restituire centralità all’ascolto come esperienza attiva. Educare il pubblico non significa imporre un gusto, ma fornire strumenti per riconoscere la complessità, per tollerare l’ambiguità, per accogliere ciò che non si esaurisce al primo incontro. Parallelamente, gli interpreti potrebbero rivendicare il diritto a una maggiore esposizione personale, anche a costo di incrinare quella perfezione levigata che oggi domina le sale da concerto. La musica colta, dopotutto, non è mai stata un territorio della sola competenza. È un linguaggio che prende forma nell’incontro tra rigore e immaginazione, disciplina e rischio. Quando uno di questi poli prevale in modo assoluto, l’equilibrio si spezza.
La palude, allora, potrebbe rivelarsi più un’impressione che una condanna. Sotto la superficie uniforme, continuano a esistere artisti che cercano nuove profondità e ascoltatori disposti a seguirli. Ciò che forse manca non è il talento, ma la capacità collettiva di riconoscerlo mentre accade. Una forma di attenzione che nessuna tecnica, per quanto perfetta, potrà mai sostituire.
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