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martedì 27 gennaio 2026

La memoria invisibile

Sono cresciuto in un tempo in cui i momenti non si potevano fermare, accadevano e basta. Restavano nella memoria, nel racconto e a volte in una fotografia sbiadita, ma più spesso in una voce. Se qualcuno diceva di avere visto Dio, o di avere incontrato un uomo straordinario, o di essere stato attraversato da un’esperienza che gli aveva cambiato la vita, non c’era prova da esibire, c’era solo la persona, e bisognava decidere se crederle oppure no. Crederle non era un atto ingenuo, era una responsabilità interiore.

Oggi il mondo è saturo di tracce, tutto è registrabile, archiviabile, condivisibile. Ogni istante può essere “salvato” e proprio per questo sembra non valere più nulla. Il mortale si è illuso di diventare immortale attraverso l’immagine, il file, il profilo, ma mentre tutto è visibile, l’invisibile è scomparso dall’orizzonte, non perché non esista più, ma perché non viene più contemplato. Non è misurabile, non è postabile, non è dimostrabile e dunque non è credibile.

Paradossalmente, in questa abbondanza di prove, l’uomo crede a tutto e non crede più a nulla. Crede alle immagini senza fidarsi delle persone e crede ai numeri, ma dubita delle esperienze. È come se la realtà, per essere ammessa, dovesse prima passare da uno schermo, e ciò che accade dentro, un incontro, un’intuizione, una trasformazione, è diventato sospetto, troppo fragile, troppo personale, troppo poco “oggettivo”.

Da musicista e insegnante, dopo più di mezzo secolo di incontri, non posso offrire prove, posso solo raccontare. Raccontare i volti e i modi dei grandi musicisti che ho incontrato, le svolte improvvise di certi allievi, i momenti in cui una nota ha aperto uno spazio nuovo in una persona. Posso parlare di istanti in cui la musica non era più esercizio, ma rivelazione. So che chi ascolta può scegliere di credermi o no e oggi questa scelta è più difficile che mai, perché richiede uno sforzo che non è tecnico, ma interiore.

Forse è qui il nodo: una dose crescente di cinismo, di incredulità e di bisogno del tangibile inibisce lo sforzo personale. Se tutto deve essere garantito dall’esterno, nulla viene più elaborato dall’interno, ma una coscienza non si scarica, si costruisce. Nasce da attriti, dubbi, attese e fiducie concesse senza assicurazione, nasce quando accetto di non avere una prova e tuttavia mi espongo.

L’educazione, musicale e umana, non è mai stata trasmissione di dati, è sempre stata trasmissione di presenza. Io non consegno solo suoni, ma modi di ascoltare, non offro solo tecniche, ma storie vissute che chiedono di essere attraversate e non verificate. Se i miei allievi credono ai miei racconti, non è perché siano “veri” in senso documentabile, è perché li mettono in movimento.

E forse oggi più che mai il compito di chi ha vissuto è questo: custodire spazi in cui l’invisibile possa ancora essere ospitato, difendere la dignità dell’esperienza non dimostrabile e ricordare che non tutto ciò che conta può essere mostrato e non tutto ciò che è mostrato conta.

La musica lo sa da sempre. Non si vede, accade, e quando accade davvero, cambia chi ascolta, senza lasciare traccia, eppure lasciando tutto.

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