Cerca nel blog

giovedì 19 luglio 2018

Ricordo di Franco Ferrara





Conobbi il Maestro Franco Ferrara nel 1981 quando ebbi la fortuna di superare l'esame d'ammissione e poter seguire il corso estivo da lui tenuto all'Accademia Musicale Chigiana. Già anni prima avrei voluto partecipare, ma per diverse ragioni mi fu impossibile, per cui sotto certi aspetti l'arrivare un po' tardi ma sicuramente più maturo, mi permise di comprendere meglio il grande personaggio col quale ebbi poi a condividere un mese intensissimo.
Che dire del Maestro: ne avevo sentito parlare da alcuni miei giovani colleghi già anni prima, ma soltanto quando ebbi occasione di incontrarlo mi resi conto della sua grandezza.
Il primo impatto fu quello di trovarmi di fronte ad un uomo buono, molto buono, con quella speciale caratteristica delle persone che quando incontri per la prima volta ti mettono a loro agio. Sicuramente fra noi due ci fu un'immediata intesa di tipo affettivo. Probabilmente di me aveva subito intuito che ero lì esclusivamente per desiderio di conoscenza musicale e nient'altro. Sapeva dei miei solidi studi musicali di Composizione con Bruno Bettinelli e di Direzione d'Orchestra con Mario Gusella, per cui questo già probabilmente lo rassicurò circa le mie pure intenzioni.
Di quel periodo intenso e di alcuni periodi successivi in cui ebbi  occasione di incontrarlo presso la sua residenza romana, rimane scolpito in me il ricordo di un uomo sempre premuroso, perennemente agitato a causa  delle varie sfortune capitategli in vita,  non ultimo il grave ictus che lo colpì qualche anno prima.  Nonostante ciò, la sua ferrea volontà e il grande amore e rispetto per la Musica aveva fatto sì che egli superasse le disavventure soltanto grazie all'immersione continua nella Musica stessa, anche quando non insegnava. Ricordo un avvenimento molto particolare.  In occasione del Corso estivo a Siena venne organizzato un consueto rinfresco presso una villa del luogo,  dove c'era un grande giardino. Alcuni studenti si misero intorno al pianoforte per suonare e canticchiare un po' malamente alcune arie di Rigoletto. Ad un certo momento il Maestro si avvicinò al gruppo iniziando a dirigere. Ebbene, quel gruppo di ubriachi divenne nel giro di pochi secondi una delle migliori compagini. Per lui la Musica era assoluta e in qualsiasi occasione diventava sempre grandissima. Infatti riusciva a trasformare qualsiasi gruppo strumentale "normale" in uno eccellente.  Aveva quel potere impossibile da descrivere che gli permetteva con uno sguardo o una parola di agire nella mente e nel corpo di chi gli stava di fronte. Gli aneddoti sulla sua persona sono infiniti e purtroppo, quando si parla di lui, ed io regolarmente lo faccio con i miei allievi,  si spera soltanto che gli altri credano ciecamente a ciò che noi raccontiamo.  Ricordo che un giorno si rivolse ai tromboni perché non eseguivano correttamente alcune dinamiche. Disse soltanto col suo inconfondibile accento palermitano: "Tchrombooni!". E improvvisamente, quei tre normali trombonisti si trasformarono immediatamente nei migliori esecutori del mondo.


Per quanto mi riguarda, come esperienza di studente, posso soltanto dire che il Maestro riuscì farmi comprendere il vero stile beethoveniano nel giro di cinque secondi.  Un pomeriggio mi chiese di dirigere l'ouverture Coriolano da capo a fondo. Ne avevo già diretto già una parte all'esame d'ammissione assieme ai Notturni di Debussy e alla sinfonia incompiuta di Schubert. Diressi il brano da capo a fondo come richiestomi, scesi dal podio e lui non mi disse nulla. Passandogli a fianco per sedermi in una poltrona del teatro, afferrandomi per un braccio mi fermò  dicendomi: "bravo, bravo, domani la rifacciamo."
Tutto soddisfatto mi sedetti per ascoltare gli altri miei compagni di corso.  Il giorno dopo iniziai il brano e dopo poche battute avvertii tremare tutto il pavimento del palco.  Il Maestro stava salendo le scalette  agitatissimo e facendosi varco fra le file dei violoncelli saltò sul podio afferrandomi per un braccio. "Fermati fermati! Po po po, po po po! Come Karajan la fa! Come Karajan!".  Immediatamente compresi lo spirito che pretendeva io infondessi alla composizione. Lui era  il depositario dell'arte direttoriale Toscaniniana e pretendeva che Beethoven venisse eseguito asciutto, granitico, potente e mai ridondante.  In questo senso il suono che lui aveva avvertito dalla mia esecuzione era lontano anni luce dalla sua poetica. Ebbene, quelle poche parole e quella sua bonaria sfuriata mi fecero comprendere immediatamente la strada che avrei dovuto percorrere in futuro. Devo poi averla diretta secondo il suo gradimento perché me la fece eseguire al concerto finale,  ovviamente con mia grande soddisfazione. A quell'epoca avevo 25 anni e sinceramente, pensandoci bene adesso, da lui sarei forse dovuto andare in età più matura,  che so forse intorno ai quarant'anni.  Purtroppo ciò non fu possibile come non fu possibile frequentarlo più a lungo a causa della sua inaspettata scomparsa. Dico questo perché la conoscenza delle ragioni della Musica da lui pretesa era ovviamente un requisito pressoché impossibile da possedere totalmente a quell'età. Nonostante tutto, lui agì sempre come se di fronte avesse esclusivamente altri ferrati musicisti e non semplici allievi.
Che dire: a volte, penso che l'incontro col Maestro Ferrara, seppur breve, sia valso più di tutti gli anni trascorsi in conservatorio. A lui devo moltissimo, umanamente e musicalmente. Soprattutto gli devo qualcosa che tuttora non sono in grado di definire perfettamente, ma che da quel giorno mi appartiene in modo indissolubile.

martedì 20 marzo 2018

Coraggiosi e amorevoli suggerimenti per i giovani musicisti




1. Quando ti viene affidato un segreto musicale, conservalo per sempre come un diamante prezioso, pronto a mostrarlo soltanto agli intenditori.
2. Tieni i tuoi eroi al livello più alto possibile.
3. Restituisci il tuo sapere musicale, perché si trasformerà in sapienza.
4. Suona con passione senza pensare alla remunerazione, perché quella non è mai assicurata.
5. Quando stringi le mani di un collega, afferrale saldamente e guardalo negli occhi. Capirai se ti stima o se finge per opportunismo.
6. Fai in modo che le tue esecuzioni abbiano sempre un’ossatura fenomenale e siano ricordabili come un dipinto che ami.
7. Se hai proprio bisogno di far musica banale, ci sono luoghi appropriati.
8. Se sposi un’idea musicale, ricordati che hai sposato un mondo speciale. Per visitarlo occorre il passaporto.
9. Studia e lavora come un'anatra. Rimani calmo sulla superficie e pagaia come un matto sott’acqua.
10. Prova la serenità di un viaggio musicale tutto da solo, senza una fastidiosa compagnia di rinforzo.
11. Non aver mai paura di affrontare il bello anziché il consueto alla moda.
12. Non abbassare mai il capo di fronte alle avversità, ma sempre di fronte alla Musica.
13. Prova a scrivere il tuo elogio personale. Non smettere mai di rivederlo.
14. Ascolta sempre chi ha più esperienza, perché sicuramente ha fatto i tuoi stessi errori prima di te e ascoltalo.
15. Condividi il tuo nutrimento musicale con i commensali più giovani. Avrai sempre fresca anche la solita minestra.
16. Scrivi i tuoi sogni. Dentro di te e fuori di te.
17. Proteggi sempre i tuoi fratelli ideali e i tuoi grandi compagni di strada.
18. Sii fiducioso e umile allo stesso tempo. Sarà tutto più facile.
19. Chiama e visita spesso i tuoi genitori musicali, perché verrà un tempo in cui il loro telefono squillerà a vuoto.
20. Le relazioni più sicure sono quelle in cui fai parte di una squadra dove ci si rispetta, ci si protegge e ci si difende l'un l'altro. Non sempre però sono le più opportune e felici, per cui rischi di rimanere sempre e comunque solo.

Lettera dall'Empireo


Pubblico volentieri queste righe ricevute dal sommo J.S. Bach.

Caro e affezionatissimo collega,

Ieri, io e Karl (Richter) stavamo passeggiando negli immensi giardini del Padrone di casa e, intenti a gustare l’immensità del tempo nelle sue infinite dimensioni, ci domandavamo come mai lì sulla terra esso stava sempre più contraendosi. Mentre discutevamo e davamo un’interpretazione di ciò che è conosciuto soltanto a "Lui", Stephen Hawking ci ha rincorso (qui è subito guarito) urlandoci che tutte le sue congetture erano un po’ imprecise, ma che sulla questione del tempo relativo aveva da dirci qualcosa. Io, che come ben sai ho raramente dato indicazioni circa la velocità di esecuzione delle mie opere, ho subito fatto notare quanto lì da voi, oggi più che mai, sembra che il concetto di tempo abbia sempre più un valore assoluto, anziché relativo. O meglio, sembra che tutto venga misurato in secondi, minuti e ore anziché in stagioni, quinquenni, secoli. Intendo dire che una volta certi grandi della terra, pur vivendo la metà di quanto vivete voi, avevano ambizioni a lunghissimo termine e non si preoccupavano minimamente del quotidiano, se non per assicurarsi una minima salute per una vita minata da carestie, pestilenze e disastri naturali, tutti all’ordine del giorno. Pensavano molto in avanti, erano molto ambiziosi ed erano forse un po’ megalomani, ma avevano una caratteristica: immaginavano. Stephen ha subito detto che come per Albert, alla base delle sue teorie c’è sempre stata una forte base immaginativa. Caratteristica difficile da comprendere per menti normali che, sempre siano in grado, al massimo possono immaginare come costruire un ponte sospeso a cento metri di altezza e lungo mille chilometri. Per i normali di livello un po’ più elevato, come il sottoscritto, Ludwig, Wolfgang e amici di altri campi artistici o scientifici, è già un miracolo che si sia riusciti ad avere idee avanzate, anche se non sempre felicemente compresi.



Ecco, il punto è la comprensione. Ascoltando da quassù molte vostre esecuzioni di musiche mie e dei miei veneratissimi amici e colleghi, ho l’impressione che la parossistica velocità con la quale vi divertite ad eseguire la musica dei periodi precedenti al vostro, non permetta di gustare appieno il mondo sonoro insito nelle composizioni stesse. A parte il vostro atteggiamento nel voler ricostruire attimi non replicabili vestendo modi a voi impropri che assumono soltanto un carattere enciclopedico, fumoso e un po’ ridicolo, agghindato con abiti troppo larghi e in luoghi lontanissimi dagli originali, ciò che manca è lo spazio-tempo. C’è il tempo, ma manca lo spazio. Non è questione di velocità, è questione di relatività temporale. Su questo, Albert che ne sa qualcosa perché suonava il violino, concorda. Il rapporto fra spazio e tempo è appunto relativo. Ovvero, ciò che proponete in modo così ostentato, non viaggia per forza secondo la velocità della vostra intenzione, ma ad un certo punto si ferma perché trova l’ostacolo di una velocità non più superabile. Il celebre punto critico, per cui la massa sonora diventa infinita e si confonde col tutto. Il risultato è l’inevitabile incomprensione del messaggio. E poi, cosa non da poco, tutte le musiche hanno già insite velocità naturali che le caratterizzano e che ne determinano il colore. Le indicazioni, comprese pure quelle più tarde con le precisazioni metronomiche, sono sempre e comunque molto relative. Wolfgang, che la sa lunga, si è divertito a scrivere indicazioni del tipo “Allegro aperto”, dove molti interpreti insensibili regolarmente sono cascati e tuttora cascano. Insomma, forse è il caso che riportiate tutto ad una questione di intelligibilità, nonché di comprensione e di ampio respiro. Già, il respiro laggiù si è un po’ accorciato, eh? Troppa frenesia, troppe illusioni, troppe speranze vi fanno dimenticare che dovreste dare priorità alla qualità del tempo, anziché alla quantità. Dovreste cercare di comprendere bene la teoria di Albert, perché essa si applica in toto alle umane attività.



Provate a muovervi a piedi anziché in auto o in aereo e vedrete che improvvisamente il vostro tempo si dilaterà e riuscirete a pensare di più e ad agire di conseguenza, altrimenti non si capirebbe perché io ed altri, prigionieri delle vostre medesime ventiquattro ore e con a disposizione cavalli e carrozze, fummo in grado di donare all’umanità tutto quel popò di roba. Certo, oggi lì da voi tutti fanno di tutto e la quantità di scrittori, pittori, suonatori, saltimbanchi e, ahimè, compositori non si conta. Ma quella si chiama, mi spiace per voi, democrazia, un'invenzione per illudervi di essere tutti uguali e tutti in grado di fare qualsiasi cosa. Avete certamente spinto la tecnica molto avanti ed ora essa vi sta superando, diventando padrona dei vostri comportamenti e inibendo le vostre emozioni. Sulla qualità degli attuali prodotti terrestri, qui siamo tutti d’accordo. Dal cibo per l’anima a quello per lo stomaco andate molto male. I vostri sensi si stanno atrofizzando e certi scafati padroni delle vostre anime riescono a farvi trangugiare qualsiasi schifezza, anche musicale. Sfortunatamente, soltanto pochi fra voi hanno la capacità di discernere e quindi scegliere ciò che più è salutare. Si tratti di corpo o di spirito, poco cambia. Avete i sensi compromessi dal rumore, dalla troppa luce (sapete cos’è il vero buio?) e dai cattivi odori, certamente più pericolosi che in altri tempi. Insomma, se non vi date una calmata, rischiate di ritrovarvi fra pochissimo tempo prigionieri di un mondo svilito, dove il bello si confonde col brutto, il lecito con l’illecito, l’opportuno con l’inopportuno e dove tutto diviene sempre più  relativo. L’unica differenza è che questa relatività non conduce in nessun luogo, perché se diviene componente statica del comportamento umano ne impedisce il suo sviluppo armonioso. Per secoli l’umanità ha prodotto cose grandiose e grazie cose terribili come le guerre o i disastri naturali, è riuscita a rinnovarsi. Adesso le guerre le fate per procura e senza ragione alcuna e, qualsiasi sia il risultato finale, nulla di buono o di bello rinasce da esse. Lo so, per molti di voi anche buono e bello sono concetti relativi, ma Pierre B., che sta scontando pene infinite giù nel sottoscala, condannato ad ascoltare all’infinito Pli selon Pli eseguito su strumenti originali nella revisione tonale di Dubois, ha confessato di essere stato creato da Satana in persona, per costringere generazioni intere a rinunciare alle proprie emozioni ed ora giura in continuazione che i suoi seguaci stanno sbagliando. Se potesse, ma il Capo non vuole, tornerebbe sulla terra per scrivere canti gregoriani. Purtroppo deve accontentarsi. Comunque, ciò che preoccupa tutti noi, Ludwig in testa, è la facilità con la quale riuscite a farvi ingannare. Avendo abiurato alle leggi fondamentali che governano il mondo interiore, ora non siete in grado di governare quello esteriore e vi ritrovate in una Babele di  linguaggi, forme, intenzioni più o meno riuscite e incomprensibili. Vedete, nel concetto spazio-tempo ci sono alcune caratteristiche immutabili che hanno valore assoluto, almeno per le nostre piccole menti. Siccome "Lui" non ha mai ceduto il suo mistero a chicchessia, né tantomeno a noi prescelti, per l’eternità esisteranno ancora tutte quelle belle e brutte cose, molte imperscrutabili, che per secoli hanno stupito l’umanità, laggiù sulla Terra, come sicuramente gli abitanti di altri universi sconosciuti a tutti noi. Per cui, tornando al nostro mondo musicale che ci è tanto caro, evitate di indossare orecchie che non avete, perché la restaurazione di antichi modelli è più adatta a un museo, anziché all’udito di un uomo moderno. L’inganno perpetrato da qualche decennio ha molto arricchito i teorici e altrettanto impoverito i suoni degli strumenti e le orecchie degli ascoltatori. Un caro amico, Herbert, che col bel suono ha lavorato una vita, si domanda sempre quale bizzarra follia abbia fomentato la moda del recupero filologico. Ai miei tempi, ma anche ai tempi di Ludwig o di Robert, non sarebbe venuto in mente a nessuno di rispolverare modi esecutivi antichi. Il buon Felix, che mi ha riscoperto, suonava la mia musica con orchestre di cento elementi. Tutti noi eravamo rivolti al futuro, mentre voi vi nutrite del passato senza averlo però digerito, né avendo ora il tempo per digerirlo. Insomma, è sempre una questione di tempo e di spazio. Siate saggi: allargate il primo e riuscirete a vedere più lontano; restringete il secondo e la visuale sarà più a fuoco. Sarà tutto più chiaro e semplice da comprendere, senza ombre e tutto in piena luce. Si sa che senza luce non si vive.

In attesa di averti fra noi il più tardi possibile,
Tuo Johann Sebastian


martedì 30 gennaio 2018

La carriera del direttore d’orchestra


Uno dei drammi personali vissuto da sempre in qualità di musicista e docente, è il momento in cui un giovane studente ha iniziato a parlarmi di carriera. Non di future aspirazioni per una soddisfacente vita musicale e personale ma esclusivamente di opportunità, occasioni da non perdere o persone da frequentare nei luoghi giusti e al momento giusto. Raramente si tratta di ricevere consigli volti ad un sereno percorso già fortemente accidentato in partenza e come evitare i pericolosi incerti iniziali marcati dalla necessità di una vera predisposizione ed una ferrea preparazione, ma che non sono certo una garanzia per la riuscita futura. Di solito, uno degli aspetti più tipici che emerge durante la conversazione coi giovani interlocutori è l’assenza di un vero ideale ispiratore, quel forte amore per la Musica che sin da giovanissimo ti marchia e ti indirizza verso un particolare repertorio, quello più affine alla tua sensibilità e ai tuoi innamoramenti giovanili. Ciò che più emerge durante le conversazioni è la mancanza di una vera passione, quell’amore viscerale per particolari universi sonori o, nel caso del teatro musicale, per certi mondi drammaturgici così differenti fra loro, che scopri all’inizio del tuo percorso e che sviluppi successivamente grazie alla maggior conoscenza e frequentazione del repertorio.
La maggioranza di chi si avvicina allo studio della direzione d’orchestra è oggi vittima di una formazione superficiale, avvenuta sui CD e grazie ad un frettoloso ascolto in modalità “random” su Youtube o Spotify. Nel migliore dei casi è pure vittima di frettolosi studi di analisi, oggi molto in voga nei corsi per adulti analfabeti degli ex-conservatori di musica e proviene pure dalle più diversificate zone della musica non solo classica, ma dal jazz, dal rock, dal pop. Un bel mix di preparazioni differenti e soprattutto di sensibilità, non sempre le più adatte per iniziare un percorso che dovrebbe essere già marcato profondamente in età giovanile. Un percorso solido di studi di composizione è oggi davvero raro e la ragione per cui da qualche decennio molti desiderano dedicarsi alla direzione d’orchestra si cela dietro le più varie motivazioni, a volte non molto edificanti. Il desiderio di visibilità e l’affermazione sociale, quando non sono accompagnate da solidità personale e artistica, sono caratteristiche comuni, meno nobili e apparenti del giovane aspirante. C’è chi pensa che alla base di quest’arte ci sia esclusivamente il possesso di una tecnica gestuale impeccabile e "video-fotogenica", per altri si tratta di un compito da notabile e per altri ancora di un’attività ludica adatta a circostanze ben lontane dal fine ultimo dell’arte musicale. Che si tratti poi di impegnarsi in un repertorio o nell’altro poco importa, l’importante è “emergere”. L’ignoranza della storia della Direzione d’Orchestra, circa un secolo, è pressoché totale. Se si citano i nomi di chi ha reso grande quest’arte, spesso cala un terribile e imbarazzante silenzio.
Fortunatamente, anche in tempi recenti, mi sono imbattuto in rari esempi di devozione alla Musica e in nobiltà d’intenti. Giovani e un po’ meno giovani davvero umili servitori di essa, ben preparati, consapevoli delle ragioni della più misteriosa fra le arti, predisposti al ruolo e molto pazienti, in attesa di frutti che per maturare necessitano di tempo, terreno fertile, ben concimato e di giuste irrigazioni. Fra questi, alcuni hanno doti notevoli e sono da ritenere fortunati, perché consapevoli delle difficoltà, delle incertezze e delle possibili delusioni di una futura intensa vita lavorativa, quella comunemente definita “carriera”, che oltre a donare fama e gloria in rari casi, riserva spesso delusioni personali, inaridimento degli affetti, perdita di amicizie e molta solitudine. C’è chi è inossidabile e ha caratteristiche tali adatte ad affrontare le enormi fatiche che il business musicale richiede e quindi la perdita di tante cose belle che la vita offre e (forse) inconsapevole di essere poi impossibilitato a godersi ciò che si è guadagnato in una vita. Altri vivono in una perenne incertezza (ma cosa è certo per l’uomo?) e, pur possedendo le caratteristiche necessarie, non osano mai perché l’ignoto fa paura, destabilizza, non rasserena.


La carriera, così comunemente intesa, non è una comune attitudine. La maggioranza fra noi artisti l’ha provata per un breve periodo, magari una ventina d’anni e poi le circostanze della vita l’ha riportata a percorrere vie più serene, meno problematiche nelle relazioni sociali, più adatte al differente carattere di ognuno. I viaggi e gli spostamenti continui, il ripetuto adattamento a differenti orchestre e quindi a uomini e donne di altra estrazione e cultura, non sempre in sintonia con la propria natura musicale e umana, non sono di ovvia digeribilità.  Tutti i giovani musicisti con aspirazioni “da solista”, fin dall’inizio dei loro studi dovrebbero essere resi consapevoli che a fianco dei successi iniziali, magari numerosi, ci sono sempre in agguato fattori diversi che possono modificare la propria visione del mondo quando meno la si aspetti. L’importante è avere una visione, perché oggi ci sono molti direttori d'orchestra totalmente ciechi che percorrono strade ignote, sbandando a destra e a manca e distruggendo progressivamente un’arte già terribilmente compromessa da approssimazione, ignoranza, presunzione e, nel migliore dei casi, mancanza di gusto. Oggi ridotta a pura manovalanza anche in posizioni un tempo idilliache e infelicemente trasformata in una preda ricercata dagli avidi bucanieri dello Star System.

lunedì 18 dicembre 2017

Il presente: si nutre col passato e vive di futuro.

Il pubblico scambia facilmente colui che pesca nel torbido con colui che attinge dal profondo.
(Friedrich Nietzsche)

Siamo portati a pensare che oggi, in piena democrazia comunemente intesa, esista libertà di espressione artistica, ma non è così. O meglio, c'è libertà di fare qualsiasi cosa, di ogni genere e in ogni stile ma esclusivamente in privato e per la propria soddisfazione personale. Nel momento in cui ci si confronta con le persone preposte a gestire la cosa artistica, inevitabilmente si incontrano barriere, divieti, incomprensioni, per il semplice motivo che raramente sono davvero competenti in materia, per cui il loro compito è spesso sussidiario a suggerimenti e pressioni provenienti da vari settori. Siano le pressioni di tipo utilitaristico, politico o personale, in certi rari fortunati casi esse si dimostrano pertinenti. Per questo motivo, nel "mare magnum" della creazione contemporanea, della riproduzione e della diffusione dell'arte (si tratti di musica, pittura o letteratura) il pubblico inconsapevole è indirizzato verso selezionati modelli ideati dal marketing e tesi, esattamente come si potrebbe fare per un'automobile o un profumo, all' esclusiva vendita del prodotto. Se piace, bene, altrimenti c'è sempre un'alternativa. Ovviamente, non c'è nulla di male affinché un artista e la sua opera trovino il giusto spazio d'espressione e riconoscimento grazie anche a oculate proposte commerciali, ma il rapidissimo avvicendarsi di stili, inclinazioni, modelli "aggiornati" non fa altro che alimentare la confusione e, non avendo modo né il tempo per metabolizzare le nuove tendenze, il pubblico è portato a trangugiare tutto ciò che viene proposto, spesso senza alcun senso critico in suo aiuto. Nel caso dell'interpretazione musicale, considerata l'ignoranza generale della popolazione che è certamente superiore a quella in suo possesso nell'arte figurativa e della quale ha ricevuto un'infarinatura a scuola, i modelli si avvicendano molto più rapidamente, portando a una sorta di tacito consenso e trasferendo l'attenzione dalla composizione all'interprete che, se in possesso di certi requisiti "attuali", supera l'opera d'arte ponendosi su un piano di visibilità maggiore, a volte addirittura oscurandola.
Purtroppo, siamo ancora ben lungi dal ricollocare la Musica sopra l'interprete e sottrarla a quella funzione predominante di intrattenimento, riportandola sul piano di quella minima sacralità che ogni tanto sembra aver perduto definitivamente.
La qualità dell'insegnamento musicale ricevuto è fondamentale. Passano i decenni, ma nei conservatori i giovani sono ancora e sempre più istruiti verso la figura della carriera solistica e spinti al conseguimento della celebrità e del riconoscimento sociale o, nel migliore dei casi, verso un'anonimato musicale costruito su un maniacale e imitativo perfezionismo tecnico. La storia dell'interpretazione è totalmente assente ed è cosa normale trovare pianisti che durante la propria formazione non hanno mai ascoltato Cortot, Backhaus o Kempff; violinisti che non conoscono Oistrakh, Ferras o Heifetz e direttori d'orchestra che non hanno mai sentito nominare Walter, Klemperer o Furtwängler. Poi, se saranno fortunati, insegneranno pure loro o sederanno in un'orchestra, trasferendo la loro conoscenza e insipienza ad altri giovani. Il buco nero dell'ignoranza purtroppo cattura tutto e da esso nulla sfugge.


Quando il giardino della memoria inizia a inaridire, si accudiscono le ultime piante e le ultime rose rimaste con un affetto ancora maggiore. Per non farle avvizzire, le bagno e le accarezzo dalla mattina alla sera: ricordo, ricordo, in modo da non dimenticare.
(Orhan Pamuk)

Un pianoforte gran coda vecchio di 60 anni, se ben tenuto col clima giusto, regolarmente accordato, spolverato e revisionato, nonché ben suonato, anche dopo tutto quel tempo avrà facilmente mantenuto lo smalto timbrico, la potenza sonora e l'equilibrio generale. Lo strumento orchestra, decisamente più delicato per la natura umana che lo caratterizza, per poter esser mantenuto in efficienza e per poter essere malleabile alle sollecitazioni dei direttori che si avvicendano, necessiterebbe di una presenza stabile, non saltuaria e volonterosa di mantenere inalterata la personalità della compagine, anche in presenza di quei fisiologici avvicendamenti naturali, inevitabili. Sfortunatamente, da qualche decennio, alla presenza di un direttore veramente stabile, nominato per lungo periodo e capace di coinvolgimento emotivo, cura degli uomini oltremodo che dei musicisti a lui affidati, è preferita una presenza a breve, a volte un po' anonima, meno invasiva e più facile da gestire. Chi deve decidere il destino di un'orchestra ne dovrebbe conoscere bene la storia, la personalità, lo stile e le caratteristiche dei singoli musicisti. Invece, quando queste conoscenze vengono meno, la prassi è quella di procedere verso operazioni di facile "svecchiamento" con operazioni di "maquillage" affidate ad artisti giovani, sicuramente abili ma privi di esperienza umana, spesso alle prime esperienze direttoriali di rilievo e a volte con idee alquanto bizzarre, atte a mettere in ombra le vere caratteristiche dell'orchestra, privilegiando modelli esecutivi "più recenti", a volte adatti agli esecutori e a volte totalmente fuori luogo. In questo modo, molto rapidamente, la memoria storica dell'orchestra scompare, lasciando spazio soltanto ad una continua innovazione tesa alla sua spersonalizzazione. Purtroppo, per mantenere questa importante caratteristica, sono necessari il rispetto e la generale coesione musicale e personale fra i dirigenti e i musicisti. Quando questa viene a mancare, ogni sforzo per mantenere vivo lo spirito, l'affidabilità e la qualità dell'orchestra risulta vano, con le conseguenti tensioni di scollamento che si trasformano in breve tempo in anarchia, incomprensioni, imperscrutabilità dello scopo. 


La celebrità non è che l’espressione di una vasta allucinazione collettiva.
(Charles Aznavour)

Nel campo della Direzione d'orchestra ci sono due categorie di aspiranti musicisti. Quelli desiderosi di apprendere la materia musicale e attingere all'esperienza altrui e quelli smaniosi di iniziare presto una carriera rapida e senza sforzi. Fra i primi, ci sono alcuni che con intelligenza sviluppano subito un certo spirito di emulazione verso chiunque possa essergli motivo di sollecitazione e miglioramento, sia il docente o un compagno di studi con qualità superiori. Altri, invece, anche se in possesso di caratteristiche umane piacevoli, non avendo mai sviluppato quel moto di sincera curiosità verso l'esterno e quindi di salutare confronto ma esercitando soltanto un continuo atto di autocontemplazione, hanno una notevole difficoltà di crescita musicale e sviluppo interiore, nonostante siano in possesso di buone qualità e magari di ottima preparazione.
La seconda categoria, quella desiderosa di affermazione sociale, riconoscimento continuo e immediato successo, è frequentemente destinata a un precoce fallimento personale, non avendo quelle particolari doti di autosostentamento interiore e quella forza davvero speciale che permette di superare indenni tutte le avversità e gli incidenti che in genere caratterizzano i primissimi anni di studio e poi di carriera. Di solito iniziano presto una frenetica attività che li porta ad accettare un po' tutto e mostrano i limiti personali della loro "weltanschauung". Avendo anteposto l'importante sforzo introspettivo a favore di un facile percorso esteriore, in breve tempo si ritrovano catturati nel turbine dell'entertainment e dei suoi spietati meccanismi di avvicendamento, con tutto ciò che ne consegue.
Capita spesso che alcuni giovani mi contattino per conoscermi e poi seguire la mia scuola. In genere, quelli appartenenti alla seconda categoria sopra menzionata, messi di fronte alle loro responsabilità nei confronti della Musica non resistono più di tanto e preferiscono eclissarsi, a volte educatamente e volte in modo repentino, manifestando uno stupido orgoglio e un disagio dichiarato. Ho sempre l'impressione che siano stati catapultati in un'altra dimensione temporale, dove il loro tempo si è improvvisamente dilatato e dove la via di fuga si è improvvisamente allontanata... E' il momento in cui percepisco la differenza di educazione da loro ricevuta, in famiglia e in conservatorio. Comprendo subito se hanno ricevuto quell'educazione estetica necessaria allo sviluppo della propria personalità o se sono invece cresciuti abbandonati alla quotidiana mediocrità di intenzioni, ovvero quella scandita da appuntamenti che contano, occasioni da non mancare, persone da frequentare oppure da evitare.
Ciò che mi lascia più amareggiato è incontrare uomini abbandonati precocemente al loro destino, senza una solida guida e a volte privi di quella semplice e primitiva etica da sviluppare negli anni a venire. Praticamente, piante cresciute senza seme originario.
DGM: Direttori Geneticamente Modificati...