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mercoledì 18 marzo 2026

La vita, un business per la morte

C’è una nuova favola moderna che circola con una certa insistenza: l’idea che, siccome viviamo più a lungo, dovremmo anche riuscire a morire in perfetta salute. Una specie di uscita di scena elegante, come chi spegne la luce, chiude la porta e se ne va senza disturbare. Novant’anni, magari novantacinque, una stretta di mano alla vita e poi… puff. Fine. Senza dolore, senza malattia, senza nemmeno una ruga di troppo nell’anima. Peccato che questa idea, a ben guardare, sia una piccola fesseria ben confezionata, perché la morte, da sempre, ha un vizio difficile da correggere: arriva quando qualcosa si rompe e quel “qualcosa” siamo noi. Non è un incidente di percorso, è il percorso stesso. Il corpo umano non è progettato per un congedo impeccabile, ma per un lento logoramento, una trattativa continua tra ciò che funziona e ciò che smette, tra ciò che resiste e ciò che cede. Eppure insistiamo e vogliamo credere che, con abbastanza medicina, abbastanza palestra e abbastanza centrifughe verdi, si possa arrivare alla fine lucidi, tonici e possibilmente con valori del sangue invidiabili. Una morte certificata “in salute”, come se fosse un paradosso elegante invece che una contraddizione in termini. Se si muore, infatti, è perché qualcosa è andato storto, sempre, anche nel caso più “pulito”: il cuore che si ferma, il cervello che si spegne. Non è un atto volontario, ma è un sistema che cede. Fine della discussione. Se davvero fossimo perfettamente sani, continueremmo, magari non fino a centocinquanta anni cantando sotto la doccia, ma di certo non smetteremmo all’improvviso per pura scelta estetica.

Questa ossessione per la morte sana dice molto più di noi che della morte. Dice che abbiamo paura del decadimento più che della fine. Non ci spaventa tanto morire, quanto l’idea di arrivarci passando per la fragilità, la dipendenza, il dolore. Vorremmo saltare quel pezzo, come si salta la pubblicità, ma la vita non è una piattaforma streaming: non esiste il tasto “salta sofferenza”. Allora ci raccontiamo questa storia rassicurante: che si possa vivere bene e poi morire bene, senza pagare il prezzo del tempo, ovvero che l’invecchiamento sia una specie di optional, non il cuore del problema. È una narrativa comoda, quasi elegante, ma resta una narrativa. La verità, meno poetica ma più onesta, è che vivere a lungo aumenta semplicemente il tempo in cui qualcosa può andare storto. Più anni, più usura. Più memoria, più possibilità di smarrirla. Più battiti, più probabilità che uno sia l’ultimo. Questo non è un fallimento della medicina o della modernità, ma è la condizione stessa dell’essere vivi.

Forse il punto non è arrivare a novant’anni “sani”, ma arrivarci vivi nel senso pieno: con relazioni, esperienze, magari anche con qualche acciacco che racconta la strada fatta. Accettare che il finale non sarà perfetto non significa arrendersi, ma smettere di pretendere dalla vita qualcosa che non ha mai promesso. IIn fondo, l’unica vera stranezza non è morire con una malattia, ma è pensare di poterne fare a meno.

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