Cerca nel blog

giovedì 26 marzo 2026

Mahler ed io


Scopersi Mahler più o meno all'età di 14 anni, grazie ad un LP ricevuto in omaggio da mio padre a seguito di un abbonamento alla rivista "L'Europeo". Si trattava di una roboante registrazione ormai storica della Prima Sinfonia con la London Philharmonic Orchestra diretta da Sir Adrian Boult, realizzata nel 1958. Confesso che ad un primo ascolto non compresi nulla, salvo il gioioso finale che contribuì alla distruzione dei due woofer nei diffusori acustici del mio primo impianto HiFi. Nell'autunno del 1971, alla Scala di Milano, ascoltai per la prima volta dal vivo questa sinfonia diretta dal grande Piero Bellugi. Seguirono altre memorabili serate: Jascha Horenstein con la Settima, Zubin Mehta con la Terza e la Quinta e tanti altre.

Da giovane, sfogliando le partiture di Gustav Mahler, sentivo un’energia che vibrava tra le note, un respiro ampio che attraversava ogni frase e ogni strumento. Anche dall’ascolto e dallo studio percepivo questa musica come eccessivamente vibrante e drammatica: contrasti forti, tensioni infinite, slanci improvvisi che ti obbligavano a partecipare, ad ascoltare, a modulare il pensiero e a respirare in modo quasi innaturale. Mahler mise alla prova la mia sensibilità di adolescente: talvolta ero scosso, a volte irritato, perché la sua musica entrava in conflitto con il mio animo sereno ma irruente e romantico. Non potevo conviverci passivamente: ogni nota richiedeva presenza, attenzione, verità.

Con gli anni, ho scoperto un altro aspetto, più difficile da accettare: come se questa musica fosse stata scritta sul lettino di uno psicanalista, pronta a dire tutto, a portare alla luce ogni tensione, ogni pensiero, senza lasciare spazio al non detto. Questa assenza di sorpresa, dove tutto è esposto e dichiarato, può togliere respiro a chi cerca nella musica silenzio, allusione, mistero, sincerità. Ricordo il mio primo incontro con il Maestro Carlo Maria Giulini, nel lontano 1979: quando il discorso cadde su Mahler – lui era reduce da una strabiliante esecuzione della Prima Sinfonia con i Wiener Symphoniker – disse: “Guardi, la musica di Mahler è grande quando è sincera”. Quelle parole mi colpirono profondamente e segnarono un nuovo approccio alla sua musica.

Carlo Maria Giulini leads the Chicago Symphony Orchestra in rehearsal in 1973

Robert M. Lightfoot III

Compresi allora una cosa fondamentale: la musica non si studia per obbligo, ma per necessità emotiva, per vicinanza. Se non la si percepisce come necessaria, significa che non ci appartiene davvero. Molti direttori hanno scelto di fermarsi, altri hanno evitato Mahler del tutto, e ne ho compreso le ragioni: la sua musica richiede energia, concentrazione, disponibilità totale all’annichilimento momentaneo del proprio essere.

Avvicinarsi a Mahler non significa avere l’urgenza di capirlo. Lui vuole toccare, disturbare, persino respingere. Ecco perché si dovrebbe studiare e interpretare solo ciò che si ama profondamente: il rischio, altrimenti, è diventare un mero mezzo interprete. È in quel momento che la musica smette di essere qualcosa da imparare e diventa qualcosa che ci attraversa e ci trasforma.



Nessun commento:

Posta un commento