La musica non è più una virtù, perché abbiamo smarrito il rapporto tra la sua manifestazione sensibile e il principio ideale che la fonda. La virtù non è qui una semplice qualità morale, né una capacità da perfezionare, ma la potenza attraverso cui un essere realizza la propria natura e partecipa a un ordine che lo precede. La musica, in questa prospettiva, non coincide con l'opera, con il suono o con l'abilità di chi la esegue, ma trova in essi le forme finite attraverso cui un ideale può manifestarsi senza esaurirsi nella propria espressione.
È nell'esecuzione che questa distanza diventa evidente, perché il musicista non è chiamato soltanto a dominare la materia sonora, ma a renderla trasparente a qualcosa che la trascende. La tecnica appartiene all'ordine dei mezzi, mentre la virtù risiede nella possibilità che, attraverso quei mezzi, si manifesti una verità che l'esecutore non inventa e non possiede interamente. Si può dunque raggiungere la perfezione tecnica senza che la musica raggiunga la propria pienezza, poiché l'esattezza dell'esecuzione non garantisce, da sola, la presenza di ciò che conferisce all'opera il suo significato più profondo.
La virtù musicale non consiste allora nel diventare sempre più capaci di eseguire, ma nel riconoscere che l'esecuzione è al servizio di qualcosa che la precede e la supera. Il musicista non produce l'ideale, tenta di parteciparvi; non gli conferisce valore, cerca di renderne percepibile la presenza. La sua grandezza non si misura soltanto nella padronanza della materia, ma nella capacità di non confondere la propria potenza esecutiva con il principio che attraverso di essa cerca di manifestarsi.
Quando la tecnica diventa il fine ultimo, la musica rimane possibile come produzione, ma rischia di perdere il proprio fondamento metafisico: non perché venga meno il suono, ma perché si interrompe il rapporto con ciò che gli conferisce un significato ulteriore. La crisi della musica è allora la crisi del suo ideale, il momento in cui l'uomo, convinto di poter produrre tutto ciò che essa è, dimentica che eseguire non significa necessariamente partecipare alla verità di ciò che si esegue.
La musica come virtù comincia proprio dove termina la pretesa di esaurirla nella tecnica, laddove l'esecuzione cessa di essere soltanto un atto di produzione e diventa il tentativo di rendere presente, nella finitezza del suono, qualcosa che la supera e che nessuna abilità può interamente possedere.

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