L'infinitamente piccolo e l'immenso, il più vicino e il più lontano, il tempo dilatato dell'attesa e quello quasi istantaneo del contatto costituiscono, a mio avviso, le coordinate entro le quali si svolge l'esperienza dell'uomo contemporaneo, il quale vive immerso in una realtà nella quale ogni distanza sembra essersi dissolta e, proprio per questa ragione, ogni autentica prossimità rischia di diventare sempre più difficile. Ritengo infatti che la cifra più caratteristica della nostra epoca non risieda tanto nell'accelerazione tecnologica, quanto nella trasformazione del nostro modo di abitare il tempo e lo spazio, poiché la tecnica non modifica soltanto gli strumenti attraverso i quali osserviamo il mondo, ma interviene progressivamente sul modo stesso in cui il mondo ci appare.
Mai come oggi l'essere umano ha potuto estendere i propri sensi oltre ogni limite che la natura sembrava avere imposto, giacché egli osserva galassie lontane miliardi di anni luce, esplora l'infinitamente piccolo della materia, comunica in tempo reale con interlocutori collocati in qualsiasi punto del pianeta e conserva, all'interno di dispositivi grandi quanto il palmo di una mano, una quantità di informazioni che nessuna biblioteca del passato avrebbe potuto contenere. Potrebbe sembrare, pertanto, che questa straordinaria espansione delle possibilità conoscitive coincida con un altrettanto significativo ampliamento della coscienza; considero, invece, che proprio tale convinzione costituisca uno degli equivoci più profondi della modernità.
Ogni progresso tecnico, infatti, produce inevitabilmente un riequilibrio dell'esperienza umana, poiché ogni facoltà che si accresce tende, quasi impercettibilmente, a renderne meno esercitata un'altra. Se l'uomo contemporaneo raggiunge con estrema facilità luoghi un tempo irraggiungibili, non per questo riesce ad abitare con maggiore intensità quelli nei quali realmente vive; se possiede una capacità di comunicazione incomparabilmente superiore rispetto a quella delle generazioni precedenti, non è affatto certo che abbia conservato la medesima disponibilità all'ascolto; se, infine, dispone di una quantità pressoché inesauribile di informazioni, ciò non implica necessariamente che abbia accresciuto la propria sapienza, dal momento che il sapere non coincide con l'accumulo delle notizie, bensì con la loro lenta elaborazione.
Ritengo che l'invisibile più insidioso del nostro tempo non sia rappresentato da ciò che sfugge naturalmente allo sguardo, bensì da tutto ciò che la velocità impedisce di vedere, poiché ogni accelerazione modifica il nostro rapporto con la realtà senza che ce ne rendiamo pienamente conto. La rapidità dei flussi informativi, l'immediatezza delle comunicazioni e la continua successione degli eventi producono infatti l'illusione di una conoscenza sempre più estesa, mentre, in molti casi, determinano soltanto una riduzione della profondità con la quale ciascun fenomeno viene osservato. Ne consegue che le cose non cessano di esistere, ma smettono progressivamente di manifestarsi nella loro complessità, trasformandosi in immagini fugaci, in dati numerici o in brevi frammenti destinati a essere sostituiti da altri con una velocità tale da impedire qualsiasi autentica sedimentazione.
Penso che proprio questa progressiva evaporazione della durata rappresenti il nodo filosofico della contemporaneità, poiché il tempo, che per secoli ha costituito il luogo nel quale il pensiero maturava, la memoria si consolidava e le relazioni trovavano consistenza, tende oggi a ridursi a una successione di istanti autonomi, ciascuno dei quali reclama attenzione assoluta salvo essere immediatamente dimenticato. La durata, che costituiva la materia stessa dell'esperienza, viene sostituita dalla simultaneità, mentre l'attesa, un tempo considerata una componente essenziale della conoscenza, viene ormai percepita come un'inutile inefficienza da eliminare.
Personalmente, considero che proprio in questa apparente conquista si nasconda una perdita della quale non siamo ancora pienamente consapevoli, poiché una civiltà che non conosce più l'attesa finisce inevitabilmente per non conoscere neppure la contemplazione, e una società incapace di sostare davanti alle cose difficilmente riuscirà a comprenderle nella loro autentica natura. Il pensiero, infatti, non nasce dalla rapidità della risposta, bensì dalla paziente elaborazione della domanda, così come il dialogo non coincide con la semplice trasmissione di informazioni, ma richiede quella disponibilità reciproca a lasciarsi trasformare dall'incontro che soltanto il tempo può rendere possibile.

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