È facile, soprattutto nel dibattito mediatico contemporaneo, liquidare Donald Trump come una figura grottesca: pazzo, narcisista, megalomane, mitomane. Etichette che rassicurano, perché trasformano un fenomeno complesso in una patologia individuale. Questa lettura rischia però di essere superficiale. In realtà, Trump incarna in forma moderna i tratti che hanno caratterizzato da sempre i grandi protagonisti della storia: i condottieri, i fondatori, gli uomini di potere capaci di imporsi in momenti di transizione.
Da Giulio Cesare ad Augusto, da Alessandro Magno ad Annibale, fino a Napoleone, la storia non è stata guidata da figure equilibrate, consensuali o “normali”. Al contrario, è stata spesso dominata da personalità eccezionali, radicali, spregiudicate, dotate di una forte percezione del proprio destino e di una volontà di potenza fuori dal comune. Questi uomini non erano semplicemente strateghi militari: erano costruttori di narrazioni, manipolatori di simboli, demolitori di ordini precedenti. In questo senso, Trump si inserisce in una lunga genealogia.
Il condottiero non è mai stato un amministratore del già dato. È colui che rompe, polarizza, costringe a scegliere. Cesare attraversa il Rubicone, Napoleone incorona se stesso, Alessandro non si accontenta di governare la Macedonia. Allo stesso modo Trump non si è limitato a occupare una carica, ma ha messo in crisi linguaggi, istituzioni, equilibri, trattando la politica come uno scontro diretto di volontà, interessi, identità. La sua rozzezza non è un incidente: è parte dello stile del capo carismatico che parla “contro” qualcuno e “per” qualcuno, mai “per tutti”.
Il mondo occidentale contemporaneo aveva coltivato l’illusione di essere entrato in una fase post-storica, ovvero la fine delle grandi ideologie, la fine dei conflitti duri e la fine degli uomini forti. Un’epoca di tecnocrazia, procedure, benessere diffuso e linguaggi anestetizzati. In questo contesto, Trump appare come un’anomalia. Ma forse non è lui l’anomalia: è l’Occidente ad aver dimenticato che la politica, nei momenti di crisi, torna quasi sempre a essere lotta nuda per il potere, per le risorse, per il racconto del futuro.
Il “malessere intellettuale” di cui parlo si manifesta proprio qui: nella difficoltà a riconoscere i meccanismi perenni della storia. Ci si scandalizza del leader carismatico come se fosse un errore del sistema, invece di leggerlo come un sintomo. Le società che producono figure come Trump sono società attraversate da paure, fratture, declini percepiti. I grandi condottieri non nascono nel vuoto: emergono quando un ordine non convince più, quando la promessa di stabilità non basta, quando la forza torna ad apparire più credibile della mediazione.
Naturalmente, riconoscere queste continuità non significa giustificare. Cesare porta alla fine della repubblica, Napoleone a milioni di morti. Il condottiero è una figura ambigua: creatore e distruttore, catalizzatore di energie e seminatore di instabilità. Trump, come i suoi predecessori storici, non va letto in chiave morale prima che storica. È il prodotto di un’epoca che non crede più alle élite tradizionali, che diffida delle istituzioni e cerca nel capo visibile una risposta emotiva prima che razionale.
In definitiva, più che domandarci se Trump sia “pazzo”, sarebbe più utile chiederci perché un sistema che si pensava maturo, razionale e vaccinato contro certi fenomeni abbia sentito il bisogno di un leader di questo tipo. La storia non procede in linea retta verso il progresso; procede per ritorni, fratture, archetipi che riemergono. Il condottiero è uno di questi. E ignorarlo, o ridurlo a caricatura, è uno dei modi migliori per non capirlo e per ritrovarselo ancora davanti.




