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lunedì 17 agosto 2026

Guerra e Pace

Molti di noi sono stati battezzati e hanno frequentato una chiesa soltanto in occasione di qualche matrimonio o di un funerale. C’è chi ha ricevuto un’educazione religiosa appena accennata e chi, al contrario, ne ha ricevuta una severa e rigorosa. C’è chi ancora oggi pratica la propria fede e chi non la pratica affatto; chi prega e chi non prega. Eppure, in un modo o nell’altro, quasi tutti continuiamo a considerarci cristiani.

Forse perché dietro questa parola non c’è soltanto una fede religiosa. Dietro la parola "cristiano" esiste una civiltà, una visione dell’uomo, del bene e del male, della colpa e del perdono, della vita e della morte. Una civiltà che, nel bene e nel male, ha contribuito a modificare profondamente il concetto stesso dell’esistenza umana. Non tutto, naturalmente, è andato per il meglio. La nostra storia è attraversata da guerre, persecuzioni, conquiste, sopraffazioni e tragedie. Le guerre continue alle quali oggi non siamo più abituati direttamente, se non quando vengono spesso combattute per conto di altri, hanno lasciato lutti e distruzioni, ma hanno anche prodotto trasformazioni profonde: conquiste di diritti, rinunce ai doveri, rivoluzioni più o meno riuscite, grandi progressi e altrettanto grandi errori.

Oggi, però, sembra di assistere a qualcosa di diverso, ovvero ad una sorta di assopimento collettivo. Una condizione nella quale abbiamo progressivamente smesso di ragionare, di discutere e persino di reagire con quella determinazione che fino a non molto tempo fa sembrava naturale. Nel bene e nel male, per secoli gli uomini hanno combattuto per le proprie idee, per la propria fede, per la libertà, per la nazione, per la famiglia, per la sopravvivenza, perché erano mossi da credenze, ideologie, convinzioni profonde e talvolta anche da un esasperato amor di patria. Noi, invece, sembriamo aver sostituito quelle motivazioni con la comodità. Inoltre, c'è quel dannato aggeggio che tutti abbiamo in mano dalla mattina alla sera: lo smartphone, che ci costringe ad essere informati su ciò che accade nel mondo e, contemporaneamente, ci obbliga a barcamenarci continuamente fra il vero e il falso, il probabile e l’improbabile, l’informazione e la manipolazione. Siamo immersi in una quantità di notizie mai conosciuta nella storia dell’umanità, ma questa sovrabbondanza non significa necessariamente essere più informati. Al contrario, rischiamo di essere sempre più incapaci di distinguere ciò che merita di essere conosciuto da ciò che serve soltanto a catturare la nostra attenzione. Abbiamo tuttavia davanti agli occhi un dramma che non possiamo più ignorare: quello della conservazione delle nostre origini culturali e delle conquiste che abbiamo ricevuto in eredità. Conquiste che spesso conserviamo male, quando addirittura non contribuiamo noi stessi a deturparle. Il vero e il bello vengono continuamente banalizzati, deformati, sostituiti dal mediocre, dal volgare, dal facile e, soprattutto, dall’immediatamente consumabile.

Sembra di essere circondati da un immenso mare di immondizia culturale e morale e la cosa più preoccupante è che stiamo lentamente perdendo la capacità di riconoscerla come tale. Ciò che un tempo sarebbe stato considerato volgare, falso o inaccettabile oggi viene spesso presentato come normale, moderno, inevitabile. Il degrado, quando diventa quotidiano, smette perfino di apparire come degrado. Il nostro mondo occidentale, straordinariamente fortunato rispetto a gran parte dell’umanità, sembra avere ormai perduto gli “attributi” necessari per difendere ciò che i nostri padri, e prima ancora i nostri antenati, hanno conquistato attraverso secoli di sacrifici, guerre, errori, sofferenze e conquiste intellettuali. Siamo diventati prigionieri di un benessere che, anziché renderci più liberi, sembra averci progressivamente privato della volontà di reagire.

KonstantinYuon - New Planet, 1921

La mia generazione, quella dei "Baby Boomers", è stata particolarmente fortunata. Siamo nati e cresciuti sotto l’ombra della possibilità di altre guerre mondiali e di una catastrofe nucleare; penso alla crisi del 1962-63 e poi alle nuove tensioni della Guerra fredda negli anni Ottanta, ma abbiamo avuto anche l’idea, allora ancora molto concreta, della difesa della Patria e della responsabilità individuale nei confronti della comunità. La nostra più grande fortuna, però, è stata forse un’altra: aver vissuto due mondi. Abbiamo conosciuto la tecnologia analogica e, insieme ad essa, un modo diverso di pensare, di aspettare, di osservare e persino di annoiarsi. Poi abbiamo assistito all’arrivo della tecnologia digitale e alla sua accelerazione vertiginosa. Abbiamo avuto il privilegio di vedere nascere il mondo nuovo, ma forse non abbiamo avuto il tempo necessario per comprenderlo fino in fondo.

Mentre scrivo, la tecnologia corre a una velocità superiore a quella con cui l’uomo riesce a modificare se stesso. Personalmente, tutto ciò mi crea un problema enorme: il mio cervello, la mia cultura, la mia capacità di giudizio ha bisogno di tempo. La società digitale, invece, pretende da me reazioni immediate. Ogni giorno chiede di formarmi un’opinione, indignarmi, schierarmi, dimenticare e passare alla notizia successiva. Non mi concede il tempo necessario per capire, ed è proprio questa velocità a preoccuparmi quando penso al futuro della nostra società. Stiamo vivendo trasformazioni demografiche e culturali di portata storica. Si dice che il confronto con culture profondamente diverse dalla nostra potrebbe essere una ricchezza, ma ritengo che non possa diventare una ragione per rinunciare alla mia identità. Una società sana dovrebbe essere capace di accogliere, integrare ma, allo stesso tempo, trasmettere i propri valori. Anche con la forza. Se invece rinuncia a definirli, finisce inevitabilmente per non avere più nulla da trasmettere. 

Il problema non è la diversità in sé. Il problema nasce quando una società perde la fiducia nella propria cultura e nella propria capacità di difenderne i principi fondamentali. Una comunità che considera ogni propria tradizione come un motivo di vergogna e ogni propria certezza come qualcosa da mettere continuamente sotto accusa rischia di produrre un vuoto. E il vuoto, prima o poi, viene riempito da qualcun altro. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare le condizioni sociali che alimentano la rabbia: povertà, ignoranza, emarginazione, mancanza di prospettive e soprattutto il desiderio, umano e potentissimo, di appartenere a qualcosa. Una società dal “ventre molle”, incapace di esercitare autorità e di stabilire limiti, rischia di trovarsi impreparata davanti a fenomeni di aggressività e di conflitto che non sa più gestire.

Il pericolo più grande, però, sarebbe reagire alla violenza con un’altra violenza indiscriminata. Se dovessimo arrivare a una resa dei conti, il rischio sarebbe quello di abbandonare proprio quei principi che diciamo di voler difendere. Potremmo ritrovarci a combattere non per la nostra cultura, per la nostra arte, per la nostra libertà o per la nostra civiltà, ma semplicemente per difendere uno status quo economico e materiale e sarebbe una sconfitta terribile, perché la nostra vera ricchezza non è soltanto il benessere. Sono Dante e Shakespeare, Michelangelo e Caravaggio, Bach e Beethoven, Platone e Aristotele, Galileo e Leonardo. Sono le nostre cattedrali, le nostre biblioteche, la musica, la pittura, la letteratura, la filosofia, il diritto, la scienza. È l’idea stessa che l’uomo possa interrogarsi sul proprio destino e cercare una verità che vada oltre il semplice soddisfacimento dei propri bisogni.

Il rischio è che questo patrimonio, se non saremo capaci di trasmetterlo, possa tornare ad essere un patrimonio di pochi: conservato e compreso dalle élite più colte, più ricche e più fortunate, mentre la maggioranza della popolazione ne conoscerà soltanto qualche immagine o notizia attraverso uno schermo. Osservando l'attualità, personalmente temo l’arrivo di una nuova barbarie non necessariamente fatta soltanto di violenza fisica, ma una barbarie culturale, nella quale il vero e il falso avranno lo stesso valore, il bello e il brutto saranno considerati equivalenti, la conoscenza sarà sostituita dall’opinione e la memoria sarà sostituita dall’istante. I primi segnali sono già davanti ai nostri occhi e probabilmente questo sarà lo scotto che dovremo pagare per aver confuso la pace con la rinuncia a difenderci, la tolleranza con l’indifferenza, l’accoglienza con l’assenza di regole e la libertà con l’assenza di responsabilità.

Forse abbiamo preso troppo alla lettera la parte più difficile e più alta del messaggio cristiano: “Porgi l’altra guancia”. Quel precetto non significa necessariamente arrendersi al male, ma in una delle sue interpretazioni più profonde significa rifiutarsi di perpetuare la catena dell’odio; non restituire il male con altro male e avere la forza morale di interrompere la spirale della vendetta. Per porgere l’altra guancia bisogna però avere la forza di stare in piedi ed è proprio questa forza che oggi mi sembra si stia indebolendo. Difendere la nostra civiltà non dovrebbe significare odiare chi è diverso da noi. Dovrebbe significare, prima di tutto, ricordare chi siamo. Perché soltanto chi possiede una propria identità può incontrare l’altro senza paura e senza bisogno di distruggerlo.

Forse, dunque, la vera sfida dei prossimi decenni non sarà quella di difendere un territorio, ma quella di difendere una memoria. Una memoria fatta di errori e di conquiste, di sangue e di bellezza, di fede e di dubbio, di guerre e di pace. Se perderemo quella memoria, forse non avremo bisogno che qualcuno ci conquisti. Ci saremo semplicemente arresi da soli.

Finché durerà…


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