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mercoledì 12 agosto 2026

Concorsi Bordelli

La direzione d’orchestra è, da sempre, un’attività piuttosto atipica per un musicista. Un ruolo speciale, qualche volta meritatissimo, altre volte francamente inspiegabile. Ci vuole carisma, certo, ma il carisma non è necessariamente talento. E l’autorevolezza, quando non nasce dal merito, rischia molto facilmente di trasformarsi in semplice autorità: quella che arriva con la carica, con le conoscenze, con le appartenenze, con la politica e con i soliti giri di potere.

E allora mi chiedo: cosa significa davvero giudicare un direttore dopo pochi minuti davanti a un’orchestra? Un’orchestra magari eccellente, ma anonima, che suona bene con chiunque abbia davanti. E davanti a una giuria che spesso osserva molto e ascolta pochissimo, cercando nei gesti quello che dovrebbe invece trovare nella musica. È una cosa umiliante. Per chi prova, per chi viene giudicato e, soprattutto, per la musica.

Per di più, oggi le orchestre sono arrivate a un’incredibile padronanza tecnica che permette loro di eseguire anche senza prove, direttamente in concerto. È lì che si dovrebbe e si potrebbe apprezzare il valore speciale del direttore: nel momento irripetibile dell'esecuzione dal vivo, quando non c’è più tempo per correggere, spiegare, ripetere. Allora, si potrebbe riscoprire quel lato quasi metafisico della direzione e riservato a pochissimi, capace di penetrare con forza i musicisti ed il pubblico come una lancia di meraviglia.

Un direttore non dovrebbe essere valutato come si valuta un concorrente di un talent show: tre minuti, una bacchetta, qualche gesto spettacolare e via, il verdetto è servito. La direzione è un’altra cosa: un rapporto umano e musicale costante, psicologico e impossibile da valutare a distanza. È capire un’orchestra, darle un respiro, ottenere qualcosa che non era scritto nei movimenti delle braccia. Tutto il resto è ginnastica, a volte artistica e fantasiosa e a volte ritmica e spettacolare.

Ci sono poi le interminabili prove, le ripetizioni ossessive, quelle che servono spesso più a giustificare un contratto sindacale e l’esistenza del direttore, piuttosto che a migliorare la musica. Si ripete, si ripete ancora, si ripete un’altra volta… e alla fine tutti sono felici perché si è lavorato moltissimo. Peccato che lavorare molto non significhi necessariamente fare musica.

Forse un direttore dovrebbe essere giudicato proprio nel momento più difficile: quando non ha più tempo per correggere, spiegare, ripetere e, soprattutto, costruirsi addosso un personaggio.

Quando deve semplicemente salire sul podio e fare musica. Il resto, spesso, è solo un concorso dedicato ad un giovane precocemente chiamato a Dio o ad un vecchio artista che finalmente si è tolto di mezzo.

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