La direzione d’orchestra è, da sempre, un’attività piuttosto atipica per un musicista. Un ruolo speciale, qualche volta meritatissimo, altre volte francamente inspiegabile. Ci vuole carisma, certo, ma il carisma non è necessariamente talento. E l’autorevolezza, quando non nasce dal merito, rischia molto facilmente di trasformarsi in semplice autorità: quella che arriva con la carica, con le conoscenze, con le appartenenze, con la politica e con i soliti giri di potere.
E allora mi chiedo: cosa significa davvero giudicare un direttore dopo pochi minuti davanti a un’orchestra? Un’orchestra magari eccellente, ma anonima, che suona bene con chiunque abbia davanti. E davanti a una giuria che spesso osserva molto e ascolta pochissimo, cercando nei gesti quello che dovrebbe invece trovare nella musica. È una cosa umiliante. Per chi prova, per chi viene giudicato e, soprattutto, per la musica.
Per di più, oggi le orchestre sono arrivate a un’incredibile padronanza tecnica che permette loro di eseguire anche senza prove, direttamente in concerto. È lì che si dovrebbe e si potrebbe apprezzare il valore speciale del direttore: nel momento irripetibile dell'esecuzione dal vivo, quando non c’è più tempo per correggere, spiegare, ripetere. Allora, si potrebbe riscoprire quel lato quasi metafisico della direzione e riservato a pochissimi, capace di penetrare con forza i musicisti ed il pubblico come una lancia di meraviglia.
Un direttore non dovrebbe essere valutato come si valuta un concorrente di un talent show: tre minuti, una bacchetta, qualche gesto spettacolare e via, il verdetto è servito. La direzione è un’altra cosa: un rapporto umano e musicale costante, psicologico e impossibile da valutare a distanza. È capire un’orchestra, darle un respiro, ottenere qualcosa che non era scritto nei movimenti delle braccia. Tutto il resto è ginnastica, a volte artistica e fantasiosa e a volte ritmica e spettacolare.
Ci sono poi le interminabili prove, le ripetizioni ossessive, quelle che servono spesso più a giustificare un contratto sindacale e l’esistenza del direttore, piuttosto che a migliorare la musica. Si ripete, si ripete ancora, si ripete un’altra volta… e alla fine tutti sono felici perché si è lavorato moltissimo. Peccato che lavorare molto non significhi necessariamente fare musica.
Forse un direttore dovrebbe essere giudicato proprio nel momento più difficile: quando non ha più tempo per correggere, spiegare, ripetere e, soprattutto, costruirsi addosso un personaggio.
Quando deve semplicemente salire sul podio e fare musica. Il resto, spesso, è solo un concorso dedicato ad un giovane precocemente chiamato a Dio o ad un vecchio artista che finalmente si è tolto di mezzo.

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