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mercoledì 22 luglio 2026

Contro il culto dei miti

Sin da giovane, non sono mai stato attratto dai miti, anzi, con il passare degli anni ho sviluppato nei loro confronti una forma di insofferenza sempre più marcata. Se in passato pensavo che si trattasse semplicemente di una questione di gusti letterari o artistici in generale, oggi sono convinto che il mio rifiuto abbia radici molto più profonde, perché non riguarda soltanto le antiche narrazioni mitologiche, ma investe l'intero atteggiamento culturale che porta gli esseri umani a costruire figure eccezionali, a elevarle al di sopra della realtà e, infine, a trasformarle in oggetti di venerazione.

Quando osservo la società contemporanea, infatti, mi sembra che il bisogno di creare miti sia tutt'altro che scomparso. Abbiamo sostituito gli dèi con i leader politici, gli eroi con gli sportivi, i semidei con gli artisti e gli influencer, ma il meccanismo psicologico è rimasto sostanzialmente identico, perché continuiamo ad attribuire a determinate persone qualità straordinarie, fino al punto di dimenticare che esse sono, prima di tutto, esseri umani con limiti, errori, debolezze e contraddizioni. È proprio questo processo che considero profondamente diseducativo, perché, invece di insegnare a valutare le idee, i fatti e gli argomenti, abitua le persone a valutare chi li esprime. Di conseguenza, il prestigio finisce per sostituire la ragione, mentre l'autorità personale prende il posto dell'analisi critica. Se un'affermazione proviene da qualcuno che è stato trasformato in un'icona, allora essa viene accettata con minore spirito critico; se, invece, la stessa affermazione è pronunciata da una persona sconosciuta, viene spesso ignorata. In questo modo non giudichiamo più la validità di un'idea, bensì il prestigio di chi la pronuncia, e questa inversione di prospettiva rappresenta, a mio avviso, uno dei maggiori ostacoli alla crescita culturale.

Ciò che più mi preoccupa è che tale meccanismo venga alimentato fin dall'infanzia. La scuola, i mezzi di comunicazione e perfino una parte della divulgazione sembrano spesso preferire il racconto degli uomini eccezionali rispetto alla spiegazione dei processi che hanno reso possibili le loro realizzazioni. Si celebra il genio, mentre si trascura il metodo; si racconta il talento, mentre si dimenticano lo studio, la disciplina, il confronto con gli altri e perfino (se non soprattutto) il ruolo del caso. Così facendo si trasmette l'idea che la storia sia il prodotto di pochi individui straordinari, quando, nella realtà, quasi ogni progresso nasce dall'accumularsi di conoscenze condivise, dal lavoro collettivo e dalla capacità di correggere continuamente gli errori. Non nego che esistano persone eccezionalmente capaci e che alcune abbiano lasciato un'impronta profonda nella storia dell'umanità. Sarebbe assurdo sostenere il contrario, così come sarebbe ingiusto negare il valore di un grande scienziato, di un compositore, di uno scrittore o di un atleta. Tuttavia, riconoscere il merito è una cosa, mentre costruire un mito è tutt'altra. L'ammirazione rimane compatibile con il senso critico, mentre la venerazione tende inevitabilmente a sospenderlo.

Nel momento in cui una persona diventa intoccabile, qualsiasi discussione si impoverisce, perché la critica viene percepita come un'offesa e il dissenso come una forma di sacrilegio. Per questa ragione considero la mitizzazione una forma di diseducazione. Essa non insegna a pensare e valutare criticamente, ma insegna a seguire; non stimola la curiosità, ma alimenta l'imitazione; non incoraggia la ricerca della verità, bensì il bisogno di appartenenza. È certamente più rassicurante affidarsi a un eroe che affrontare la complessità del mondo con la propria intelligenza, ma proprio questa comodità finisce per rallentare la maturazione individuale e collettiva.

Oggi, con le prospettive tecnologiche dell'AI che ci attendono e che in parte ci hanno già modificato, credo che una società autenticamente matura dovrebbe educare i cittadini a diffidare dei miti, anziché produrne continuamente di nuovi. Dovrebbe insegnare che nessuna autorità è immune dall'errore, che nessuna celebrità merita un credito illimitato e che ogni affermazione dovrebbe essere sottoposta allo stesso esame razionale, indipendentemente da chi la pronunci. Soltanto in questo modo sarebbe possibile sostituire il culto della personalità con il rispetto delle idee e il fascino dell'eroe con la forza del pensiero critico.

Se dovessi riassumere la mia posizione in una sola frase, direi che il vero progresso non consiste nel trovare nuovi miti da adorare, ma nel formare persone che non abbiano più bisogno di alcun mito per comprendere il mondo.

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