Sono nato nel 1955, in un’Europa che portava ancora le ferite profonde della guerra e nella quale, anche se le macerie materiali cominciavano lentamente a scomparire, quelle morali e umane erano ancora presenti nella memoria delle famiglie e nei racconti degli adulti. Appartengo a una generazione che non ha soltanto studiato il Novecento sui libri di storia, ma lo ha attraversato vivendo sulla propria pelle le sue trasformazioni, le sue speranze e anche le sue delusioni, perché abbiamo assistito alla nascita di nuove promesse politiche, alla contrapposizione tra grandi ideologie e infine al tramonto di molte certezze che sembravano destinate a durare per sempre.
Quando ero giovane, il mondo appariva diviso in due blocchi contrapposti e la Guerra fredda non era soltanto una questione diplomatica tra grandi potenze lontane, ma era una presenza costante nel modo di pensare il futuro. Da una parte c’era l’Occidente, con le sue democrazie, il suo sviluppo economico e le sue contraddizioni, mentre dall’altra c’era il mondo comunista, che prometteva una società più giusta e più eguale, ma che nel corso degli anni aveva mostrato anche il volto di sistemi nei quali la libertà individuale veniva spesso sacrificata in nome di un progetto collettivo imposto dall’alto.
Per chi, come me, ha vissuto quegli anni, il comunismo non era una parola astratta o una teoria politica da discutere soltanto nelle università o nei circoli culturali, ma era una realtà concreta, rappresentata da Stati, governi, partiti e milioni di persone che vivevano secondo quel modello. Allo stesso tempo, però, era anche un’idea capace di affascinare molti perché prometteva di risolvere una delle questioni più antiche della storia umana, cioè la ricerca di una maggiore giustizia sociale e di una società nella quale le differenze economiche fossero ridotte.
Il problema è che la storia, quella vissuta dalle persone e non quella immaginata nei programmi politici, ha dimostrato quanto sia difficile costruire un mondo perfetto attraverso un sistema ideologico. Le grandi promesse di uguaglianza si sono spesso scontrate con la realtà del potere, con la limitazione delle libertà e con la difficoltà di sostituire la complessità della vita umana con un modello teorico.
Poi arrivò il 1989 e la caduta del Muro di Berlino rappresentò uno di quei momenti nei quali sembra di assistere alla storia mentre cambia davanti ai nostri occhi. Quelle immagini delle persone che salivano sul muro, che lo colpivano con strumenti improvvisati e che finalmente potevano attraversare una barriera che per decenni aveva separato famiglie e popoli, davano la sensazione che non stesse cadendo soltanto un muro di cemento, ma che stesse finendo un’intera epoca. Molti di noi pensarono che quella fosse davvero una svolta definitiva e che, dopo la fine della divisione dell’Europa, sarebbe iniziata una stagione nuova, più libera e più aperta. Sembrava che il mondo avesse trovato finalmente un equilibrio e che la democrazia liberale, accompagnata dal benessere economico, potesse rappresentare il punto di arrivo della storia.
Con il passare degli anni, tuttavia, abbiamo imparato che la storia non procede mai in linea retta e che nessuna vittoria è mai completamente definitiva. Il Muro è caduto, i regimi comunisti dell’Est europeo sono scomparsi, ma molti problemi sono rimasti presenti e alcune domande fondamentali hanno continuato a riproporsi. Le società sono cambiate, ma il bisogno di sicurezza, il rapporto tra ricchezza e povertà, il ruolo dello Stato e il rapporto tra individuo e collettività sono ancora questioni aperte.
Per questo motivo credo che la frase secondo cui “il comunismo è uscito dalla porta per rientrare dalla finestra” debba essere interpretata non tanto come il ritorno del vecchio comunismo, perché quel modello appartiene ormai alla storia, quanto come la permanenza di alcune idee e di alcune mentalità che hanno continuato a sopravvivere assumendo forme diverse. Non troviamo più i vecchi simboli e i vecchi apparati, ma possiamo ritrovare l’idea secondo cui molti problemi della società possano essere risolti principalmente attraverso un aumento delle regole, dei controlli e dell’intervento delle istituzioni.
Anche la socialdemocrazia europea, che nella sua origine aveva rappresentato un tentativo importante di conciliare libertà economica e giustizia sociale, nel corso del tempo ha mostrato alcuni limiti. Nata con l’obiettivo di migliorare la condizione dei lavoratori e di correggere gli squilibri del capitalismo, ha prodotto conquiste importanti e ha contribuito alla costruzione del modello sociale europeo, ma in molti casi ha finito per trasformarsi in una cultura della conservazione, nella quale proteggere ciò che esisteva è diventato più importante che immaginare ciò che avrebbe potuto nascere.
Abbiamo costruito società nelle quali la protezione del cittadino è diventata un valore fondamentale, ma qualche volta abbiamo rischiato di creare anche una società più immobile, nella quale il peso delle strutture burocratiche e delle procedure ha finito per frenare l’iniziativa personale, la creatività e la capacità di assumersi responsabilità. Una società ha certamente bisogno di regole, perché senza regole prevale il più forte, ma quando le regole diventano troppe e troppo lontane dalla realtà quotidiana rischiano di trasformarsi in un ostacolo invece che in uno strumento di libertà.
L’Unione Europea, nata da un progetto straordinario di pace e collaborazione tra popoli che per secoli si erano combattuti, porta oggi dentro di sé questa contraddizione. Da una parte rappresenta una delle più grandi conquiste politiche del dopoguerra, perché ha garantito decenni di stabilità e cooperazione, mentre dall’altra parte molti cittadini percepiscono sempre più una distanza tra le istituzioni europee e la vita concreta delle persone. Questa distanza nasce anche dalla sensazione di una burocrazia eccessiva, di un sistema nel quale spesso si moltiplicano norme e regolamenti mentre i problemi fondamentali, come la crescita economica, la competitività, il futuro dei giovani e la sicurezza sociale, sembrano trovare risposte più lente e difficili. Le discussioni sulle dimensioni delle sardine, sulle caratteristiche delle banane o su altre regolamentazioni diventate simboliche nel dibattito pubblico rappresentano, al di là del singolo caso, la percezione di un’Europa che rischia di concentrarsi troppo sui dettagli e di perdere di vista le grandi sfide.
La mia generazione ha assistito a grandi trasformazioni e ha visto nascere molte speranze. Abbiamo visto rivoluzioni annunciate come capaci di cambiare definitivamente il mondo e abbiamo visto quelle stesse rivoluzioni confrontarsi con i limiti della realtà. Abbiamo visto muri costruiti in nome delle ideologie e muri abbattuti in nome della libertà, ma abbiamo anche imparato che nessun cambiamento esterno può sostituire la trasformazione più difficile, quella che riguarda le persone e il loro modo di vivere la responsabilità e la libertà. Dopo tanti anni trascorsi osservando il susseguirsi degli eventi, sono arrivato a pensare che il problema fondamentale non sia soltanto quale sistema politico scegliamo, ma quale spazio lasciamo all’uomo. Perché la libertà è qualcosa di più antico e più profondo della democrazia stessa. La democrazia è una forma di governo, un metodo attraverso il quale una comunità sceglie i propri rappresentanti e organizza il potere, mentre la libertà appartiene alla dimensione più essenziale dell’essere umano.
Lo avevano già capito i Greci, che avevano intuito come un uomo libero non fosse semplicemente colui che viveva in una città governata dai cittadini, ma colui che poteva partecipare alla vita pubblica, discutere, scegliere e soprattutto assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Avevano compreso che la libertà non consiste soltanto nell’essere protetti da qualcuno, ma anche nel non diventare dipendenti da qualcuno. La storia del Novecento ci ha insegnato che anche una democrazia può indebolirsi se i cittadini rinunciano alla partecipazione e alla responsabilità, così come un sistema che promette uguaglianza può diventare oppressivo se cancella la libertà individuale. Per questo motivo la libertà non può essere considerata soltanto un diritto scritto nelle leggi, ma deve essere una conquista quotidiana, sostenuta dalla cultura, dalla consapevolezza e dal coraggio delle persone.
Questa è forse la lezione più importante che porto con me dopo aver attraversato la seconda metà del Novecento: nessun sistema politico, nessuna ideologia e nessuna istituzione possono sostituire la libertà degli uomini, perché prima ancora di essere una norma dello Stato, la libertà è un modo di pensare, una responsabilità e una scelta che ogni generazione deve continuamente difendere.
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