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domenica 22 febbraio 2026

La società del punto e a capo

La società del punto e a capo è una società dell’irreversibilità. È il luogo in cui ogni frase termina con un segno definitivo, non con una virgola, perché non esistono parentesi e non esistono bozze, né ripensamenti. Ogni parola pronunciata resta ed ogni scelta compiuta si incide nella pietra del tempo. È una società che vive come se fosse un romanzo scritto di getto, senza possibilità di revisione, dove la trama sembra già stabilita prima ancora che i personaggi possano comprenderla.

In un mondo così strutturato, la libertà assume un significato ambiguo. Da un lato, ogni individuo è chiamato a una responsabilità radicale: non può permettersi leggerezze, perché non esiste il tasto “annulla”. Ogni gesto pesa ed ogni decisione ha conseguenze definitive. Questo potrebbe generare una maggiore consapevolezza ed un’attenzione più acuta alla parola data, alla promessa fatta ed al legame costruito, ma se nulla può essere cancellato, allora tutto deve essere scelto con cura.

Dall’altro lato, però, una società senza ripensamenti rischia di soffocare l’umanità stessa. L’essere umano cresce attraverso l’errore. Cambia idea, corregge la rotta, si pente e rielabora. La cancellatura momentanea non è debolezza, ma è apprendimento e il ripensamento non è incoerenza, ma è maturazione. Eliminare la possibilità di rivedere le proprie scelte significa cristallizzare l’identità in un istante, negando la trasformazione.


Ludwig van Beethoven (ca. 1770–1827), Sketches for Piano Trio in B-Flat Major, op. 97 (the “Archduke Trio”), 1811
Music Division, The New York Public Library for the Performing Arts, Dorothy and Lewis B. Cullman Center

Un'opera artistica composta di getto possiede una forza particolare: autenticità, energia, coerenza istintiva. Ma è anche esposta all’eccesso, alla rigidità e all’assenza di profondità che nasce dalla revisione. La letteratura, l'arte figurativa e la musica come la vita, trovano spesso la verità nel rimodellare. Non per tradire l’idea iniziale, ma per raffinarla. Il soggetto può essere già ideato, ma il modo in cui lo si  rimodella determina il senso dell’opera.

La società del punto e a capo è dunque una metafora della tensione tra destino e libertà. Se la trama è già stabilita, resta comunque la responsabilità dell’interpretazione. Anche in un copione teatrale prefissato, il tono della voce, lo sguardo, la scelta di un silenzio cambiano tutto. L’assenza di cancellature rende la vita più severa, ma anche più intensa: ogni parola diventa definitiva, ogni relazione irripetibile.

Forse il vero rischio non è vivere senza possibilità di tornare indietro. Il vero rischio è smettere di credere che la crescita passi attraverso il cambiamento. Una società che non ammette ripensamenti finisce per scambiare la coerenza con l’immobilità ed essa, a lungo andare, diventa sterile.

Scrivere di getto può essere un atto di coraggio, ma vivere senza mai rileggersi è un atto di negazione della propria complessità. L’essere umano non è un punto fermo: è una frase in evoluzione. E forse la vera maturità non sta nel cancellare tutto, ma nel saper aggiungere nuove righe senza rinnegare le precedenti.

martedì 10 febbraio 2026

La palude musicale

La metafora della “palude musicale” applicata alla musica colta contemporanea, incluso il mondo dell'esecuzione, evoca un paesaggio immobile, saturo, dove l’acqua non scorre e ogni movimento sembra attenuato da una densità invisibile. Non si tratta di una condanna definitiva, ma piuttosto della percezione diffusa che, in un contesto sovraccarico di produzioni e interpreti, le vere eccellenze fatichino a emergere. La questione non riguarda soltanto la quantità, bensì la qualità della ricezione: quando tutto appare formalmente corretto, diventa difficile distinguere ciò che è necessario da ciò che è semplicemente ben eseguito.

Negli ultimi decenni la formazione musicale ha raggiunto livelli di efficienza tecnica straordinari. I conservatori e le accademie producono strumentisti e compositori dotati di controllo impeccabile, precisione ritmica, intonazione irreprensibile. L’errore, un tempo rivelatore dei limiti umani e talvolta perfino generatore di interpretazioni irripetibili, è stato progressivamente espulso dall’orizzonte dell’ascolto. Questa conquista, tuttavia, porta con sé un paradosso: quando la perfezione diventa lo standard minimo, perde il suo potere discriminante. Se tutti sono tecnicamente ineccepibili, su quale base possiamo ancora parlare di grandezza? Il rischio è che l’efficienza si trasformi da mezzo a fine. L’interprete perfetto, capace di attraversare le partiture più impervie senza incrinature, può smarrire quella zona di vulnerabilità in cui prende forma la personalità artistica. Sensibilità, fantasia, empatia (qualità difficili da misurare e ancor più da insegnare) richiedono spazio, tempo e talvolta persino il coraggio di deviare dalla norma. Ma in un sistema competitivo e altamente standardizzato, la deviazione viene spesso percepita come un difetto piuttosto che come una promessa.

A questa dinamica si intreccia il mutamento del gusto del pubblico. L’ascoltatore medio, esposto a una fruizione musicale sempre più rapida e frammentata, tende a privilegiare la chiarezza immediata, la pulizia formale, la riconoscibilità. Non si tratta di una colpa individuale, ma dell’effetto di un ambiente culturale in cui la velocità prevale sulla sedimentazione. L’ascolto profondo è un’arte che richiede educazione e pazienza; senza di esse, la musica rischia di ridursi a superficie sonora, valutata con criteri analoghi a quelli di una prestazione atletica. Si crea così un circuito autoreferenziale: le istituzioni formano musicisti impeccabili perché il mercato li richiede, mentre il mercato continua a richiederli perché è ciò che ha imparato a riconoscere come valore. In questo contesto, le dimensioni più elusive, ovvero l'universalità del pensiero, la capacità di interrogare l’umano e la tensione poetica, diventano marginali non perché siano scomparse, ma perché risultano meno immediatamente percepibili Eppure la storia della musica insegna che le epoche di apparente stagnazione non coincidono necessariamente con una reale sterilità creativa. Spesso ciò che oggi appare indistinto diventa, a distanza di tempo, il terreno da cui emergono figure capaci di ridefinire i parametri stessi del giudizio. La “palude” può essere anche un incubatrice: un luogo in cui le correnti sotterranee preparano trasformazioni future.

Forse il nodo centrale non è l’abbassamento del gusto, quanto piuttosto la difficoltà contemporanea di costruire gerarchie condivise. Viviamo in un’epoca che diffida dei canoni e sospetta delle autorità critiche; questa democratizzazione ha ampliato l’accesso, ma ha anche reso più incerta la distinzione tra ciò che è destinato a durare e ciò che appartiene all’immediato. Il giudizio, privato di riferimenti stabili, si rifugia allora nell’unico terreno apparentemente oggettivo: la tecnica. Come uscire, dunque, da questa immobilità percepita? Una possibile via consiste nel restituire centralità all’ascolto come esperienza attiva. Educare il pubblico non significa imporre un gusto, ma fornire strumenti per riconoscere la complessità, per tollerare l’ambiguità, per accogliere ciò che non si esaurisce al primo incontro. Parallelamente, gli interpreti potrebbero rivendicare il diritto a una maggiore esposizione personale, anche a costo di incrinare quella perfezione levigata che oggi domina le sale da concerto. La musica colta, dopotutto, non è mai stata un territorio della sola competenza. È un linguaggio che prende forma nell’incontro tra rigore e immaginazione, disciplina e rischio. Quando uno di questi poli prevale in modo assoluto, l’equilibrio si spezza.

La palude, allora, potrebbe rivelarsi più un’impressione che una condanna. Sotto la superficie uniforme, continuano a esistere artisti che cercano nuove profondità e ascoltatori disposti a seguirli. Ciò che forse manca non è il talento, ma la capacità collettiva di riconoscerlo mentre accade. Una forma di attenzione che nessuna tecnica, per quanto perfetta, potrà mai sostituire.

domenica 8 febbraio 2026

Il respiro degli oggetti

Sono nato nel 1955 e, da allora, ho vissuto gran parte della mia vita sospeso tra due mondi che sembrano opposti eppure inevitabilmente intrecciati: quello tangibile, fatto di carta, inchiostro, legno e oggetti che emanano una presenza quasi viva, e quello immateriale, fatto di bit, schermi e connessioni istantanee che rendono tutto immediatamente disponibile ma allo stesso tempo incredibilmente distante. Le partiture, i libri e i dischi che ho accumulato nel mio studio non sono mai stati semplici strumenti: ogni pagina sfogliata, ogni disco appoggiato sul giradischi, ogni rigo di spartito recava con sé un’eco di mani che avevano toccato, di occhi che avevano visto, di orecchi che avevano ascoltato prima di me, e questo li trasformava in presenze vive che parlavano senza parole.

I miei studenti entravano nel mio studio con occhi che brillavano di curiosità e spesso il loro primo gesto era quello di esplorare, di accarezzare le superfici, di sentire sotto le dita la storia racchiusa in quegli oggetti, perché per loro il possesso non era importante, ma lo era l’incontro, la possibilità di stabilire una connessione intima con qualcosa che portava dentro di sé il respiro del tempo e il silenzio denso di chi era passato prima di loro.

Oggi, invece, spesso varcano la soglia senza fermarsi davvero, osservano poco e chiedono ancora meno, come se il mondo digitale li avesse educati a credere che tutto possa essere avuto senza il peso del tocco, senza la lentezza necessaria a capire, sentire e meravigliarsi; e sebbene gran parte di ciò che io custodisco sia oggi disponibile online, gratuitamente e ovunque, nessuna immagine sullo schermo potrà mai restituire il calore della materia, il profumo del tempo, il silenzio che avvolge un libro antico o un disco leggermente graffiato.

Questa assenza di contatto fisico non riguarda soltanto gli oggetti, ma si estende inevitabilmente anche alle relazioni tra le persone, perché il tatto, che un tempo era ponte e linguaggio comune, sembra diventato superfluo, mentre sappiamo bene che non lo è: è essenziale per percepire l’altro, per sentire noi stessi, per condividere emozioni e costruire un senso di appartenenza che nessuna immagine digitale potrà mai sostituire.

Così continuo a custodire le mie partiture, i miei libri, i miei dischi come si custodisce una memoria fragile e preziosa, e ogni volta che qualcuno si ferma, sfiora un margine, ascolta un disco con attenzione, sento che quella meraviglia non è del tutto perduta, ma è soltanto silenziosa, in attesa di chi saprà ancora ascoltarla, toccarla e lasciarsi trasformare dal suo eco.

martedì 3 febbraio 2026

Artisti sul divano

Un giovane artista che rinuncia alla curiosità sceglie, spesso senza accorgersene, una forma precoce di immobilità. L’adesione esclusiva agli insegnamenti accademici, se non è accompagnata da un’esplorazione autonoma e da un confronto vivo con il pensiero umanistico, produce competenza ma raramente genera visione e senza visione, anche la più ingenua, non esiste autentica vita artistica.

L’accademia offre strumenti, metodo, disciplina. È un fondamento necessario, ma non sufficiente. Quando diventa rifugio, smette di essere un luogo di formazione e si trasforma in una zona di sicurezza che attenua il rischio ma, insieme, indebolisce lo slancio creativo. L’arte, al contrario, nasce dall’attrito: tra sapere e dubbio, tra regola e deviazione, tra ciò che è stato trasmesso e ciò che deve ancora essere scoperto. A questa condizione si aggiunge un’aggravante spesso sottovalutata: la pigrizia intellettuale. Non la pigrizia evidente, ma quella più insidiosa, che si traveste da soddisfazione per risultati sufficienti, da compiacimento per ciò che funziona già. L’appagamento precoce genera una quiete apparente che anestetizza il desiderio di andare oltre. Quando un giovane artista smette di pretendere molto da sé stesso, inizia lentamente a restringere il proprio orizzonte.

Le situazioni comode esercitano un potere seducente, perché offrono stabilità, riconoscimento immediato, percorsi prevedibili. Tuttavia, ciò che non mette alla prova finisce per atrofizzare. La ripetizione rassicura, ma raramente trasforma e in questo spazio privo di tensione, il talento non scompare: semplicemente non evolve. Un musicista che si limita a eseguire bene ciò che ha appreso può ottenere riconoscimenti tecnici, ma difficilmente lascerà un’impronta. La storia culturale non è costruita dagli impeccabili, bensì da coloro che hanno saputo attraversare territori diversi, contaminare linguaggi, esporsi al confronto con idee anche destabilizzanti. La curiosità non è un tratto ornamentale del talento: ne è la condizione di sopravvivenza.

La scelta delle persone e dei luoghi della propria formazione diventa allora decisiva. Gli ambienti che confermano continuamente ciò che già si sa producono rassicurazione, non crescita. Al contrario, contesti esigenti — talvolta scomodi — obbligano a ridefinire i propri limiti e a riconsiderare le proprie certezze. È in questa tensione che una personalità artistica prende forma. Anche il ruolo educativo adulto trova qui una misura della propria responsabilità. Favorire soltanto percorsi lineari e protetti può generare preparazione, ma non necessariamente maturità. La maturità emerge quando la competenza incontra l’autonomia, quando la tecnica smette di essere un traguardo e diventa un mezzo per pensare.

Prima o poi, ogni autentico processo di formazione richiede una frattura: l’interruzione delle abitudini che avevano garantito stabilità. Le consuetudini comode possiedono una forza silenziosa, perché trattengono, persuadono, normalizzano, ma quando alla comodità si uniscono la pigrizia e l’appagamento immediato, il rischio non è soltanto il rallentamento: è la progressiva rinuncia alla propria possibilità di diventare altro, soprattutto diverso da tutti. Dire basta, allora, non coincide con un gesto di rifiuto, ma con un atto di lucidità. Significa riconoscere che la continuità, oltre una certa soglia, diventa ripetizione sterile, e che la disciplina autentica non è quella che conserva, bensì quella che spinge a superarsi.

L’inerzia è il vero antagonista della vocazione artistica. Non produce fallimento evidente, ma produce qualcosa di più sottile e definitivo: una promessa mai realizzata. Per questo la formazione non può ridursi all’accumulo di nozioni né alla perfetta e a volte banale replicazione di modelli. Deve trasformarsi in un esercizio costante di apertura, rigore e inquietudine dell'animo. Solo chi accetta la fatica della ricerca e rifiuta la tentazione del minimo necessario evita di esaurirsi prima ancora di nascere artisticamente.

L’arte non appartiene a chi resta al riparo, ma a chi tollera l’instabilità necessaria per diventare, finalmente, una voce speciale.